Non passa giorno senza che i mezzi d’informazione raccontino di aggressioni nei confronti dei docenti, spesso da parte dei genitori. Non tutti sanno, però, che la violenza può avvenire anche attraverso mezzi virtuali, più sottili ma non meno insidiosi. È quanto emerso da una rilevazione proposta da La Tecnica della Scuola. Il 74% degli insegnanti ha dichiarato di essere stato vittima di episodi di violenza. Di questi, circa un quarto ha indicato il web quale luogo in cui si è consumata la violenza. Sono tanti i racconti e le testimonianze giunti nelle ultime settimane al nostro giornale, talvolta paradossali – come nel caso della mamma che avrebbe maledetto il consiglio di classe via mail a causa di un voto ritenuto troppo basso – ma spesso davvero preoccupanti. E che possono avere serie conseguenze dal punto di vista legale, giudiziario e sociologico, chiariscono gli esperti interpellati dal nostro giornale.
Mail, social, applicazioni di messaggistica, insomma, diventano strumenti di aggressione anziché di comunicazione. Strumenti digitali che però corrispondono a responsabilità reali, avverte Dino Caudullo, avvocato ed esperto di diritto scolastico. “Prima di scrivere commenti ‘sopra le righe’ sotto un post di Facebook o Instagram, o prima di utilizzare espressioni addirittura ingiuriose in qualche chat, sarebbe il caso di pensarci bene, perché potrebbero esserci conseguenze penali anche di una certa importanza”. Per la giurisprudenza, ricorda il legale, “la diffusione di contenuti offensivi sulla reputazione altrui tramite un sito internet o un social network configura il reato di diffamazione aggravata“. Questi mezzi di comunicazione, infatti, “sono considerati a tutti gli effetti come ‘stampa’ o ‘mezzi di pubblicità’, in quanto capaci di raggiungere un numero indefinito di persone”. E proprio questa condizione innesca il reato.
Perché quest’ultimo si concretizzi, precisa Caudullo, non è necessario che l’offesa raggiunga una pluralità di destinatari, “ma basta che uno scritto offensivo sia percepito da altri, pur essendo indirizzato a una persona specifica”. Il legale cita la Corte di Cassazione, secondo cui la pubblicazione di un video offensivo sui social “configura sempre il reato di diffamazione aggravata e non quello meno grave di ingiuria, ormai depenalizzato, anche se la persona a cui è indirizzato l’insulto è ‘virtualmente presente'”. In altre parole, per la Suprema Corte “la semplice possibilità, per la persona offesa, di seguire la diretta e inserire commenti non è sufficiente a creare un contraddittorio immediato o un rapporto diretto con chi offende, né assicura una reale parità tra le parti”. Soltanto un esempio di come la comunicazione via web debba essere considerata reale, soprattutto quando si alzano i toni e si arriva all’insulto.
A puntare l’attenzione sull’importanza delle denunce è Marcello La Bella, primo dirigente della Polizia di Stato, responsabile del Centro Operativo Sicurezza Cibernetica – Sicilia Orientale – noto ai più come Polizia Postale – tra i più apprezzati a livello nazionale nel contrasto ai crimini che si verificano in rete. “Questo tipo di reati è procedibile dietro querela di parte”, ha spiegato La Bella nel corso di uno speciale de La Tecnica della Scuola dedicato alla sicurezza digitale. “In altre parole, la vittima deve formalmente denunciare l’accaduto alle forze di polizia, fatto che ci consente poi di andare a verificare chi è l’ignoto. Per fare questo abbiamo anche necessità di atti dell’autorità giudiziaria“. La Bella dà conto delle aggressioni online contro gli insegnanti nel territorio di sua pertinenza. “Queste forme di violenza, ahimè, ci sono”, conferma. “Sono pochi casi, fortunatamente, però avvengono”.
Sempre a proposito delle denunce, La Bella evidenzia una difficoltà da parte degli insegnanti a metterle nero su bianco. “Spesso veniamo avvicinati da insegnanti che ci confidano di aver subito molestie o diffamazioni da parte di ignoti online, e che non hanno ben chiaro cosa fare”. La risposta, ribadisce il dirigente della Polizia di Stato, è soltanto una. “La strada è quella di procedere con una querela, perché altrimenti non possiamo immediatamente agire di nostra iniziativa”. Un messaggio che La Bella porta anche nelle scuole, nel corso degli incontri di divulgazione e sensibilizzazione. “Come Polizia di Stato portiamo avanti un’attività molto intensa, che sicuramente sta dando dei risultati. Occorre far passare un concetto, e cioè che ciò che avviene in rete non è separato dalla vita reale, ma soggetto alle stesse responsabilità e alle stesse conseguenze. Da parte degli adulti, certo, ma anche dei giovanissimi”.
A inquadrare il fenomeno dal punto di vista delle relazioni interpersonali è Giuliano Guzzo, sociologo e giornalista. “Parlare di violenza digitale come anticamera di quella fisica, pur essendo con ogni probabilità corretto, rischia di essere fuorviante”, dice l’esperto. “Questo perché la violenza è sempre tale e – pur senza sconfinare in arbitrarie quanto opinabili censure – sarebbe opportuna, sotto questo punto di vista, una maggiore vigilanza sui social e in particolare sulle chat”. Per Guzzo la questione va inquadrata a livello più generale. “Non dobbiamo neppure nasconderci dietro un dito: le aggressioni ai docenti non nascono da una mancanza di rispetto, bensì da una mancanza di riconoscimento del ruolo. E ciò, a sua volta, riflette una mancanza di riconoscimento dell’autorità anche in famiglia”.
“Dire questo, si badi, non è un modo per annacquare il discorso”, precisa il sociologo, “ma solo per evidenziare come tout se tient: se è in crisi il concetto di autorità, tutto insomma è permesso. Gli antidoti a tali derive – per restare al ruolo della scuola – possono essere molti, a partire anche da piccoli gesti anche, se non soprattutto, sul piano “reale”. Per esempio, ci sono ancora docenti universitari e anche al liceo che, quando entrano in classe, vogliono che tutti gli studenti siano in piedi. Qualcuno sorriderà”, conclude Guzzo, “però il riconoscimento dell’autorità e in particolare di un’autorità – più che da mille parole – nasce dai gesti; e questo è indubbiamente un gesto che va in questa direzione“.