Burocrazia inefficiente? Senso di frustrazione rispetto a un sistema politico che non vede le loro esigenze? Sono questi i motivi per cui sempre più giovani laureati abbandonano l’Italia per offrire i propri talenti all’estero?
Sondaggi e rapporti (di Almalaurea, ISTAT, CNEL, Osservatorio sull’Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, o di istituti privati di ricerca come la Fondazione Nord Est) forniscono i dati sulle motivazioni della cospicua “fuga di cervelli”, che affligge il nostro Paese.
Un neolaureato in media guadagna all’estero almeno il 40% in più che in Italia. Tuttavia non pare essere tale divario salariale la motivazione principale di chi parte: solo un intervistato su dieci lo considera la causa del proprio esilio. Piuttosto, i fuggitivi cercano mercati del lavoro che, a differenza di quello italiano, premino di più le competenze e il merito. Il malcostume del “successo formativo” assicurato anche a chi non studia, insomma, sta dando i suoi frutti: i migliori fuggono anche da un’Italia ove le raccomandazioni (e i “furbi”) abbondano ancora.
Pertanto il Bel Paese fa scappare i propri giovani più valenti per affidarsi a quelli meno validi (che all’estero non potrebbero far fortuna), dopo aver investito miliardi per educarli, istruirli, formarli tutti. Un bell’affare davvero.
Più del 20% dei fuggiaschi (uno su cinque) punta a migliorare la propria progressione di carriera. Quasi il 30% cerca opportunità di studio e formazione avanzata. Bassissimo, purtroppo, il tasso di rientro in Italia: che si emigri per necessità o per scelta, di fatto solo tre emigrati su dieci non escludono la possibilità di tornare. Dato ancor più rilevante se si pensa che, secondo un report dell’autorevole Ufficio Studi del CGIA di Mestre, dal 2019 al 2024 sono stati più di 78.000 gli espatri di laureati italiani tra i 25 e i 34 anni.
Complice di tutto ciò è anche la miopia di gran parte del ceto imprenditoriale italiano, poco propensa a investire sulle competenze dei neolaureati: se il laureato non può vantare “esperienza pregressa”, si ritrova facilmente (65% dei casi) a superare i 35 compleanni senza inserimento certo nel mondo del lavoro tutelato (e adeguatamente retribuito).
I giovani laureati italiani all’estero, che in Italia soffrivano per i motivi sopra elencati, malgrado la nostalgia del nostro cielo azzurro son comunque felicissimi della scelta operata. In Paesi evidentemente più democratici del nostro trovano qualità di vita migliore e ambienti lavorativi meno stressanti, meno tossici, più flessibili, nonché servizi migliori per realizzare il proprio futuro. All’estero competenze e capacità son riconosciute e retribuite senza problemi. In Italia, al contrario, profili altamente qualificati incontrano nel mercato del lavoro una domanda assai debole: quasi si preferissero giovani disposti ad accontentarsi, anziché talentuosi.
Stipendi bassi, mancanza di posizioni adeguate alla propria formazione, prospettive di lavoro limitate: quale laureato degno di questo nome potrebbe accettare una simile mistura di veleni per il proprio futuro?
In Italia non si fa che parlare e straparlare di “merito”: eppure è proprio il contesto lavorativo, poco dinamico e poco meritocratico, a far fuggire migliaia di under 35. Se poi si aggiungono i continui contratti a termine e gli stage ripetuti, che ovviamente non garantiscono stabilità economica e di vita, si comprendono le ragioni di chi fugge in Paesi più giusti del nostro, nei quali metter su famiglia senza i problemi incredibili che si incontrano qui.
Non ultima, tra le cause della fuga dei cervelli c’è la crisi climatica, che compromette il benessere psicologico di molti giovani: un’indagine, condotta dall’Istituto Europeo di Psicotraumatologia (IEP) per Greenpeace Italia, rileva che ad almeno il 41% dei giovani italiani tra i 18 e i 35 anni il surriscaldamento globale genera stati di ansia persistente per il futuro (eco-ansia). E come dar loro torto, dopo la terrificante estate 2026 e quelle previste per il futuro? Anche perché sono i giovani più studiosi e informati a comprendere prima degli altri quel che ci aspetta, in un Paese guidato da una classe dirigenziale e politica di “patrioti” che nulla fanno né per la mitigazione né per l’adattamento: i nostri governi pensano solo al riarmo, ai combustibili fossili e al nucleare, anziché alla transizione verso le rinnovabili; nulla si fa nemmeno per ricostruire gli acquedotti (che perdono metà dell’acqua trasportata), né per decementificare le città, né per creare invasi in cui stoccare l’acqua piovana, né per allontanare gradualmente la popolazione dalle aree costiere, né per proteggere almeno Venezia dall’innalzamento del livello dei mari.
I giovani più intelligenti e studiosi capiscono tutti questi aspetti e ne traggono conclusioni per il futuro: sono i giovani che hanno preso sul serio Scuola e studio, pur vedendo intorno a sé gli effetti nefasti del “successo formativo”, assicurato anche a chi per anni prende in giro i propri docenti (non di rado col fattivo e violento sostegno dei propri genitori). Siamo proprio sicuri che giovani così intelligenti, preparati e onesti possano lasciarsi condannare alla schiavitù dei call center o al precariato nella Scuola come insegnanti-travet, in un Paese che sembra mirar dritto al suicidio collettivo (e in cui i giovani di valore si sentono isolati come mosche bianche)?