A proposito delle cosiddette “classi differenziali” che secondo il generale Vannacci sarebbero molto benefiche non solo per gli alunni ma anche per l’intero sistema scolastico, tralasciamo per un momento le questioni di natura normativa e cerchiamo di comprendere gli aspetti pedagogici e organizzativi.
Anche perché, se avesse ragione Vannacci, sarebbe sbagliato ostinarsi a difendere un sistema che, per quanto sostenuto dalle norme, sarebbe di fatto più nocivo che altro.
Ricordiamo però che le classi differenziali vennero introdotte nelle leggi un secolo fa quando venne approvato il Regolamento di funzionamento della scuola elementare del 1928.
E non si può trascurare il fatto che, da allora ad oggi, la scienza medica, la psicologia e anche la pedagogia hanno fatto grandi passi in avanti.
Ma forse a Vannacci sfuggono alcune questioni non del tutto secondarie.
E’ possibile, per esempio, che il generale non sappia che il metodo didattico Montessori venne sperimentato inizialmente proprio con alunni con serie difficoltà di apprendimento e comportamento (“frenastenici” venivano allora definiti) e successivamente venne esteso a tutti.
Così come potrebbe non conoscere i grandi risultati ottenuti dalla scuola americana grazie agli studi e alle ricerche di John Dewey che sottolineava il ruolo fondamentale della relazione sociale nell’apprendimento: la scuola – diceva Dewey – non è preparazione alla vita ma è essa stessa vita.
E, proprio su questo principio, si sono sviluppati anche in Italia i movimenti della scuola attiva che hanno caratterizzato gli stessi vecchi programmi della scuola elementare del 1955.
Sicuramente, poi, Vannacci poco sa degli studi e delle ricerche dello psicologo russo Lev Vygotskij che, in anni di ricerche sperimentali, aveva dimostrato che il linguaggio non è una funzione innata ma si sviluppa soprattutto grazie alla relazione con altri, con gli adulti e con i pari.
E a Vygotskij si ispirano anche i programmi della scuola ementare del 1985.
E’ un peccato che l’eurodeputato Vannacci non conosca almeno un po’ la storia della scuola italiana dagli anni 50 in avanti, tema sul quale potrebbe chiedere aiuto al suo nuovo “seguace” Rossano Sasso che, a suo tempo, aveva speso considerazioni del tutto dissonanti in materia di disabilità e inclusione.
Il fatto è che Vannacci è convinto che gli alunni imparino meglio se lavorano in gruppi omogenei per capacità e “cultura”. Purtroppo per lui, però, questa tesi è stata sempre smentita da indagini e ricerche che al contrario hanno sempre dimostrato che la “varietà” è un importante “valore aggiunto” che aiuta tutti e non solo i meno bravi.
Nel metodo cooperativo, per esempio, gli alunni più capaci in certi ambiti possono benissimo mettere in pratica le loro abilità aiutando i compagni in difficoltà.
D’altronde chi di noi non sperimentato la semplice esperienza di spiegare a qualcun altro un concetto o un problema: l’atto stesso di “spiegare” ad altri ci aiuta a capire meglio.
Non sappiamo anche come sarà formato, fra un anno, il nuovo Governo e non sappiamo se in esso Vannacci avrà un ruolo. Se dovesse però aspirare o pensare a occuparsi di scuola, gli suggeriamo almeno di documentarsi un po’ sulla storia della nostra scuola e sulle migliori esperienze pratiche che si sono sviluppate nel corso dei decenni.