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13.04.2026

Isituti tecnici e professionali devono continuare ad essere scuole di serie

 Il progetto di riforma che va sotto la sigla  “4+2” vorrebbe essere il fiore all’occhiello del ministero Valditara: la cosiddetta filiera tecnologico-professionale consiste i quattro anni di scuola superiore più due anni di ITS  Academy (Istituti Tecnici Superiori) che forniscono, nelle intenzioni, una istruzione superiore e in linea con il mondo del lavoro. Spinto in ogni modo lecito (e fors’anche illecito – ci risultano notizie di collegi docenti contrari ai corsi “4+2” bellamente scavalcati da dirigenti intrepidi), il progetto è stato foraggiato con ogni tipo di fondi (da quellli del PNRR, ai 600.000 euro con i quali Fondazione per la scuola italiana   ha premiato venti filiere che “si sono distinte per l’innovazione nella formazione tecnico-professionale del 4+2”, ai PON ai finanziamenti per gli ITS Academy).

Insomma,  il “4+2”, trionfalmente, avanza.

  Si può però discutere di quanto avanzi. Prendiamo per buoni gli ultimi dati del MIM rispetto agli iscritti al primo anno (si riferiscono all’anno scolastico 2024-2025, ma quest’anno la situazione non sarà così diversa): i nuovi iscritti erano 534.353, non considerando i ripetenti. I nuovi iscritti del 2024-2025 alla filiera del “4+2” erano 5.449. Arrotondando, mi pare siano l’1% del totale. Quest’anno le iscrizioni sono raddoppiate (10.532): quindi, grosso modo, siamo al 2% del totale. Considerato che il MIM si è impegnato al massimo per rendere attrattivo il percorso, che parecchi presidi zelanti hanno in qualche modo incoraggiato il loro Collegio docenti ad approvare i corsi della “filiera”, che il Ministro, negli ultimi anni, ha persino spostato in avanti i termini entro i quali iscriversi per recuperare qualche iscrizione in più, si può gridare al “successo”? Se si tiene conto della realtà dei fatti, certo che no. Ma ormai la realtà dei fatti è un optional ed è pure piuttosto fuori moda tra chi governa.  D’altra parte persino il Liceo del made in Italy, un fiasco totale, e indiscutibile, viene passato per un discreto risultato: in tutta Italia gli iscritti sono 748. Staremo a vedere, per il prossimo anno scolastico, come verranno costituite le classi.

    Ecco descritti per sommi capi i due “fiori all’occhiello” della “riforma” Valditara. Hanno convinto poco o niente studenti e famiglie e hanno subito critiche, anche molto serie, da un punto di vista generale.

   Nella scuola attuale, per la crisi profonda della tradizione culturale e della concezione della vita e dell’uomo, si verifica un processo di progressiva degenerazione: le scuole di tipo professionale, cioè preoccupate di soddisfare interessi pratici immediati, prendono il sopravvento sulla scuola formativa, immediatamente disinteressata. L’aspetto più paradossale è che questo nuovo tipo di scuola appare e viene predicata come democratica, mentre invece essa non solo è destinata a perpetuare le differenze sociali, ma a cristallizzarle in forme cinesi.

  La scuola tradizionale è stata oligarchica perché destinata alla nuova generazione dei gruppi dirigenti, destinata a sua volta a diventare dirigente: ma non era oligarchica per modo del suo insegnamento. Non è l’acquisto di capacità direttive, non è la tendenza a formare uomini superiori che dà l’impronta sociale a un tipo di scuola. L’impronta sociale è data dal fatto che ogni gruppo sociale ha un proprio tipo di scuola, destinato a perpetuare in questi strati una determinata funzione tradizionale, direttiva o strumentale.

Se si vuole spezzare questa trama (e andare quindi verso una scuola autenticamente democratica), occorre dunque non moltiplicare e graduare i tipi di scuola professionale,   ma creare un tipo unico di scuola preparatoria (elementare-media) che conduca il giovinetto fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come persona capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige.

   Il moltiplicarsi di tipi di scuola professionale tende dunque a eternare le differenze tradizionali, ma siccome, in queste differenze, tende a suscitare stratificazioni interne, ecco che fa nascere l’impressione di una sua tendenza democratica. Ma la tendenza democratica, intrinsecamente, non può solo significare che un operaio manovale diventa qualificato, ma che ogni «cittadino» può diventare «governante» e che la società lo pone, sia pure «astrattamente», nelle condizioni generali di poterlo diventare, la democrazia politica tende a far coincidere governanti e governati (nel senso del governo col consenso dei governati),assicurando a ogni governato l’apprendimento gratuito della capacità e della preparazione tecnica generale necessarie al fine.

  Lo scritto in corsivo  è del1932 e si trova nel Quaderno XII dei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci: lo avranno riconosciuto in molti, in quanto è un testo citato e commentato con una certa frequenza quando si parla di scuole professionalizzanti. Le affermazioni di Gramsci risultano del tutto attuali o forse sono i nostri tempi tempi retrivi, che ripropongono, attraverso una classe dirigente volta a difendere gli interressi dei pochi contro i diritti dei molti,  temi di cui si dibatteva quasi un secolo fa.

   Anche la riforma degli Istituti tecnici procede come “nave senza nocchiero in gran tempesta”. L’estremo ritardo nella definizione dei quadri orari, comunicati con la pubblicazione del  Decreto ministeriale n. 29 del 19 febbraio 2026 soltanto il 9 marzo scorso, numerose criticità rispetto alla formazione delle cattedre e agli esuberi, mancanza di Linee guida sono soltanto alcuni dei motivi che hanno spinto una parte delle forze sindacali e del personale scolastico a mobilitarsi. Il 10 aprile 2026, il CSPI ha espresso un parere assai critico rispetto al Deceto in questione e, in particolare, ha stigmatizzato il grave ritardo con cui il Governo si sta muovendo.

 Attenzione strumentale per l’istruzione tecnica

Qui, però, voglio mettere in evidenza come la continua attenzione all’istruzione tecnica e professionale sia, da parte del Governo, del tutto strumentale. Con la scusa dell’allineamento tra le richieste del mondo del lavoro e formazione scolastica si impoverisce ulteriormente proprio quel settore che maggiormente dovrebbe essere curato, poiché, mediamente, frequentato da studenti che provengono da famiglie meno abbienti e meno colte rispetto a quelle degli studenti liceali. Dare di più a chi ha di meno – la regola aurea di Lorenzo Milani per far parti eguali tra diversi – non è certo il motto né di questo né di precedenti governi. Con la scusa di “modernizzare” si rende l’importante settore dell’istruzione tecnica e professionale  subalterno alle esigenze dell’industria, la quale, al momento, non ha bisogno di personale “altamente formato” ma soltanto di personale obbediente. Se così non fosse, non avremmo la forte emigrazione intellettuale di giovanid italiani: tra il 2019 e il 2023, ci informa il Rapporto di previsione Primavera 2026  del Centro Studi Confindustria, oltre 190.000 giovani hanno deciso di lasciare l’Italia per cercare fortuna oltre confine. Molti di questi giovani sono altamente formati.  La tendenza  registra una crescita costante:nel 2019 i laureati rappresentavano il 38,7% degli emigrati, dal 2020 questa quota ha sfondato la soglia psicologica della metà, toccando il 50,9% nel 2023.

  Bizzarro che la stessa Confindustria, la quale non perde occasione per denunciare il mismatch tra formazione e mondo del lavoro come prima causa della disoccupazione giovanile, sia poi la stessa che ci fornisce i dati di cui sopra. Ma ormai, se tenere ferma la realtà dei fatti è un optional, la coerenza è del tutto fuori moda.

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