BreakingNews.
Ascolta le ultime notizie
00:00
00:00

La depressione adolescenziale dilaga. Scuola troppo “competitiva”? O le cause sono ben altre?

Che molti anziani siano depressi preoccupa, ma non stupisce. Stupisce e preoccupa, invece, l’aumento di adolescenti e studenti medi con sintomi di depressione anche grave. C’è un nesso, infatti, tra depressione e diminuzione di serotonina: l’ormone che regola umore, sonno, appetito, temperatura corporea, creatività, sessualità, empatia e funzioni cognitive. In età avanzata la serotonina diminuisce, e ciò può predisporre l’anziano ai disturbi correlati alla depressione, in un rapporto somatopsichico.

Succede però anche l’inverso: la depressione può partire — soprattutto in giovane età — da fattori psichici: ciò fa diminuire la serotonina, in una relazione psicosomatica; tale diminuzione favorisce ulteriormente la depressione, inaugurando un circolo vizioso che trascina il soggetto sempre più giù, in un pozzo senza fondo, dal quale è difficile risalire.

Solitudine e disagio psichico si alimentano vicendevolmente

La notizia inquietante è che la depressione si sta diffondendo a macchia d’olio, specie tra studenti in età scolare. La diffusione del disagio psichico è talmente allarmante che il governo Meloni, nella persona del ministro della salute Orazio Schillaci, ha annunciato un nuovo “Piano nazionale per la salute mentale”, 13 anni dopo il precedente.

Ebbene, mentre sul legame tra serotonina e depressione non tutti gli studiosi sono perfettamente concordi, non c’è alcun dubbio sul nesso tra solitudine e disagio psichico, a tutte le età, in un rapporto di accrescimento reciproco. Il sistema consumistico di stampo neoliberista spinge oggi l’individuo verso la solitudine, spacciata per libertà. La solitudine porta in realtà a dipendere da ciò che il sistema produce: beni di consumo e di intrattenimento, internet e social media specialmente. Tutto ciò accresce i profitti di chi tali beni crea, ma non fa crescere il benessere psichico individuale.

Se papà e mamma ti danno il cellulare a 18 mesi

Nelle famiglie i genitori sono diventati figure evanescenti. Il sistema obbliga — viste le difficoltà economiche attuali — padri e madri a star fuori casa tutto il giorno per lavorare. I figli adolescenti spesso passano i pomeriggi in casa da soli, cullati dal “Paese dei Balocchi” del web, dove vedono e sperimentano di tutto. Molti tra gli stessi adolescenti confidano ai docenti di sentirsi istupiditi dopo sei o sette ore al cellulare o al computer a giocare, chattare, guardar cose di cui non dovrebbero nemmeno conoscere l’esistenza.

I genitori d’oggi dovrebbero dunque pensarci mille volte, prima di regalare un cellulare al proprio figlio di 13 (o 7!) anni. Centomila volte dovrebbero riflettere, prima di mettere in mano un cellulare a bimbi di un anno e mezzo per tenerli buoni, come si vede sempre più spesso accadere sui mezzi pubblici. I danni della dipendenza dalla “bambinaia telematica” sono ormai arcinoti: deterioramento di socialità e cognitività del fanciullo, tale da ritardare e render più difficoltosi linguaggio, memoria, percezione, ragionamento.

L’onda lunga dell’involuzione cognitiva tra cellulari e facilismo

Milioni di bimbi di 5-6 anni arrivano a scuola con danni cognitivi evidenti, che ne compromettono fin da subito i risultati scolastici. Ciò, unitamente alla pressione sui docenti per garantire il “successo formativo” (anche a chi non raggiunge nemmeno lontanamente gli obiettivi didattici un tempo normalmente raggiunti nelle varie fasce di età), fa sì che ondate di tredicenni o quattordicenni semianalfabeti — non è un’esagerazione — raggiungano le prime classi delle scuole medie di secondo grado. Non hanno mai letto un libro né un fumetto, non riescono a seguire un film, non sanno coniugare nemmeno i verbi regolari più comuni, non conoscono le tabelline, commettono errori ortografici un tempo impensabili.

A quell’età, però, e a quel livello d’istruzione, giustamente i docenti mirano ad elevare la loro preparazione culturale e le loro capacità razionali, percettive, mnemoniche, linguistiche, relazionali. Ciò genera l’ansia improvvisa per la paura del fallimento, con la quale questi adolescenti non avevano mai fatto i conti prima (mentre le generazioni che hanno studiato fino agli anni ‘80 la sperimentavano molto presto, fortificandosi e diventando capaci di studiare e d’imparare fin dalle elementari). L’aver reso la Scuola troppo facile non ha favorito i giovani, procurando loro, al contrario, danni gravissimi.

Educati alla scuola delle TV commerciali

Si aggiungano i guasti arrecati a questi adolescenti dal narcisismo cui sono stati predisposti da una generazione di genitori (nati dalla fine degli anni ‘70 in poi), allevati a loro volta nella civiltà dell’immagine e del narcisistico autocompiacimento dalle TV del “Santo” (fondatore del più grande impero televisivo commerciale d’Italia), ove stereotipi d’ogni tipo venivano diffusi a piene mani e inculcati nelle menti di tutti i telespettatori d’ogni età.

Competitiva la Scuola di oggi? O la mente di studenti e genitori?

Narcisismo egocentrico, culto di se stessi, solitudine consumistica, competizione egolatrica sono gli ingredienti principali del disagio psichico dei nostri giovanissimi di oggi. Essi attribuiscono a Scuola e docenti quell’eccesso di competitività che in realtà è un problema loro, non dovuto alla volontà dei docenti (se non in rarissimi casi). I docenti devono metter voti e valutare, ovviamente, anche perché su di loro incombe l’occhio vigile dei dirigenti (che tra l’altro quei voti li vogliono alti) e la pressa di una burocrazia sempre più invadente. Tuttavia voti, interrogazioni e compiti in classe son sempre esistiti, ma solo da 20 anni a questa parte vengono vissuti come cause di disturbi psichici. Sono studenti e genitori a fare di un “sei meno” una tragedia, non i docenti.

Gli adulti devono ripensare (e ritrovare) se stessi

Qualcosa, insomma, non funziona nel rapporto tra genitori, alunni e istituzione Scuola, perché pare essersi persa la concezione di Scuola, cultura e sapere come strumenti di crescita e di liberazione dai lacci dell’ignoranza. Occorre lo sforzo dei docenti, delle istituzioni politiche e del mondo degli adulti di questo Paese, per recuperare se stessi e il senso del proprio essere adulti, istituzioni e docenti; facendo piazza pulita, in primis, di sciocchezze pseudopedagogiche alla moda, utili solo a rendere il percorso scolastico ancor più fallimentare di quanto tuttora non sia.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate