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Prima Ora | Notizie del 25 giugno

La scuola non è una caserma: le considerazioni della FISH sono del tutto scontate

Al nostro lettore che spesso ci sottopone le sue considerazioni su temi rilevanti e significativi, facciamo osservare solo un punto: il principio dell’inclusione e la norma per cui anche gli alunni con disabilità possano/debbano frequentare la scuola di tutti sono ormai aspetti ampiamente riconosciut a livello legislativo. Anzi, direi, a livello costituzionale. Possono essere principi che non piacciono. Il generale Vannacci (e anche il nostro lettore) sono ampiamente contrari. In democrazia può succedere che una legge non piaccia. D’altronde il Governo e il Parlamento servono anche a cambiare le leggi secondo il volere del popolo. Ma fino a quando una legge c’è va rispettata e applicata. Ci sia permesso aggiungere che l’espressione “tirare l’acqua al proprio mulino” parlando di una tema come questo non ci sembra particolarmente felice. Ma ovviamente si tratta di una nostra opinione (R.P.)

In merito alla lettera “La FISH risponde a Vannacci: la scuola non è una caserma né una catena di montaggio”, mi prendo la soddisfazione di togliermi qualche sassolino (o macigno?) dalla scarpa, anche se mie lettere precedenti sull’argomento dovrebbero già aver espresso chiaramente la mia posizione.

“La Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie (FISH) esprime la più netta contrarietà alle recenti dichiarazioni del generale Roberto Vannacci che ha proposto di separare gli studenti in base ai livelli di apprendimento, distinguendo tra chi “vola” e chi “rallenta la marcia”: lo credo bene che “esprime la più netta contrarietà”: ognuno tira l’acqua al suo mulino!

“Una visione che considera la diversità una zavorra anziché una ricchezza”: ma la diversità è una zavorra, “che interpreta la fragilità come un problema da isolare, anziché una responsabilità collettiva da accompagnare e sostenere”: ma la fragilità è un problema.

“La scuola non nasce per dividere i bambini tra vincenti e perdenti”: tanto se non lo fa la scuola lo fa poi la vita, e quando i bambini sono diventati adulti, il che è forse ancora peggio. E la vita è impietosa. “… né un’azienda chiamata a massimizzare la produttività selezionando i più performanti”: ripeto che se non lo fa la scuola lo fa poi la vita. Sembra che chi scrive queste cose non abbia mai vissuto la vita vera, concreta, pratica, quella al di fuori delle mura scolastiche.

“Dietro la retorica dell’efficienza e della meritocrazia si nasconde il rischio concreto di una scuola che certifica le disuguaglianze anziché combatterle”: a ridaje, come dicono a Roma. La vita concreta fa esattamente questo!!

“L’inclusione scolastica non è una concessione benevola né un costo da sopportare: è un diritto fondamentale e una conquista democratica che ha reso l’Italia un punto di riferimento internazionale”: belle parole, bellissime, ma che non trovano riscontro una volta usciti dalla scuola ed entrati nella vita (scusate se mi ripeto).

“…le presunte capacità degli studenti”: mica tanto presunte. Un docente che abbia delle classi per un po’ di anni ha tutto il tempo di capire se uno studente è dotato per lo studio e rende o se non è dotato e – poveretto lui – non può rendere.

“Una comunità nazionale forte non si costruisce separando i più fragili dai più forti”: davvero? Allora diamo ai più fragili la laurea in medicina, giurisprudenza, ingegneria, ecc. Però poi chi va a consulto da quei medici? Chi affida i suoi interessi a quegli avvocati? Chi si fa costruire una casa da quegli ingegneri?

“…una scuola che lascia indietro qualcuno … È semplicemente una scuola meno giusta”: ripeto e chiudo –> è poi la vita che per forza di cose lascia indietro. Per mia fortuna non ho mai avuto alunni diversamente abili nelle mie classi (insegnavo in un liceo linguistico!). Ma alcuni miei amici docenti che insegnavano nei tecnici e nei professionali e quindi ne hanno avuti mi raccontavano che una volta finita la scuola questi soggetti non li voleva più nessuno e non trovavano nulla da fare! Nessuno li assumeva perché non in grado di svolgere nemmeno le mansioni più elementari. Rimanevano in capo alla famiglia e i genitori ovviamente si preoccupavano chiedendosi: “dopo di noi che ne sarà di lui/lei?”.

E allora a questo punto non è meglio che si creino per loro spazi (o vere e proprie scuole) con insegnanti (missionari?) che li seguano – certo con dedizione e amore – ma senza buttarli in una società di “homo homini lupus” quale è la nostra, dove comunque prima o poi si trovano a mal partito?

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