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31.03.2026

Non è crisi dei ragazzi, ma degli adulti: anatomia di un fallimento educativo

La cronaca di questi giorni, così densa di episodi che oscillano tra l’assurdo e il tragico, ci restituisce un’immagine nitida e spietata: quella di una generazione che sembra aver smarrito la bussola, ma che in realtà sta solo riflettendo, come uno specchio deformante, lo smarrimento profondo degli adulti che dovrebbero guidarla. Non è più il tempo di archiviare certi eventi come anomalie statistiche, esplosioni di follia isolata o derive di periferia. Quando i confini tra la realtà vissuta e la sua rappresentazione digitale si sfaldano completamente, quando la violenza diventa un contenuto da “streammare” in diretta e il dolore altrui si trasforma in un pixel senza peso, dobbiamo avere l’onestà intellettuale di chiederci: dove eravamo noi mentre tutto questo diventava la nostra nuova, terribile norma?

Siamo scivolati, quasi senza accorgercene, in una strana forma di cecità volontaria. Abbiamo trasformato la genitorialità in un puro esercizio di logistica e sorveglianza remota, convinti che un’applicazione di parental control o il monitoraggio ossessivo del registro elettronico potessero sostituire la profondità dello sguardo. Abbiamo progressivamente delegato l’educazione a ogni agenzia esterna possibile: alla scuola, di cui siamo diventati i primi feroci accusatori alla prima insufficienza; alla tecnologia, a cui abbiamo affidato il “babysitting emotivo” dei nostri figli fin dalla prima infanzia; e infine agli algoritmi, che oggi conoscono i desideri, le paure e le fragilità dei ragazzi molto meglio di quanto li conosciamo noi. Questa delega di massa ha creato un vuoto pneumatico in cui gli adolescenti galleggiano, iper-connessi con il resto del mondo ma profondamente, radicalmente soli tra le mura di casa.

Ma ci siamo mai chiesti, davvero, che cosa cerchino i nostri figli in quell’abisso digitale? È forse un riconoscimento che tra le mura domestiche non riescono più a trovare? E noi, quando è stata l’ultima volta che abbiamo ascoltato un loro silenzio senza provare l’urgenza di riempirlo con un consiglio o, peggio, con un rimprovero distratto?

Il problema cardine non risiede nello strumento tecnologico in sé, ma nella postura dell’adulto che lo consegna senza mediazione. Essere genitori oggi richiede un coraggio civile e pedagogico che abbiamo barattato con la ricerca di un consenso facile e immediato. Abbiamo preferito il ruolo di “amici”, di facilitatori di percorsi privi di ostacoli, convinti che risparmiare un conflitto o un dispiacere ai nostri figli significasse amarli di più. Al contrario, la pedagogia ci insegna che il confine è un atto d’amore supremo: definisce lo spazio vitale, offre sicurezza psicologica e permette la crescita attraverso l’urto necessario contro una regola ferma. Se rinunciamo alla nostra autorevolezza per paura di sembrare “antichi” o per pura pigrizia esistenziale, lasciamo i ragazzi in balia di un narcisismo digitale che non prevede l’incontro con l’altro, ma solo la ricerca spasmodica di uno spettatore.

Siamo ancora capaci di essere lo scoglio contro cui i nostri figli possono fare opposizione per capire chi sono? O abbiamo così tanta paura del loro giudizio da esserci trasformati in spettatori passivi della loro stessa deriva?

C’è un’urgenza educativa che non può più essere rimandata né risolta con un semplice decreto. Non si tratta di demonizzare la tecnica o di rimpiangere tempi che non torneranno, ma di riabitare la relazione umana nel suo senso più carnale. Dobbiamo avere il fegato di stare nel disagio, di abitare il conflitto senza scappare e di spegnere lo schermo quando il silenzio della stanza diventa troppo denso per essere ignorato. Dobbiamo tornare a guardare i nostri figli negli occhi, anche e soprattutto quando quello che vediamo non ci piace o ci spaventa.

Il rigore di cui parliamo non è quello polveroso del passato, fatto di distanze gelide e silenzi punitivi, ma il rigore della coerenza: essere testimoni credibili di un senso della vita che vada oltre la performance o il gradimento sociale. Se non torniamo a essere figure di riferimento capaci di intercettare il grido muto dei ragazzi prima che diventi cronaca nera, continueremo a cercare colpevoli fuori — nella società, nel web, nel gruppo — ignorando sistematicamente che la prima, vera rivoluzione comincia dentro le nostre case.

Comincia nel coraggio di riprenderci il nostro ruolo e di tornare a essere, finalmente, genitori presenti, scomodi e necessari. Solo così potremo sperare di trasformare quel senso di smarrimento in una nuova, consapevole direzione.

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