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Aggiornato il 14.07.2025
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Scena muta Maturità, chi boicotta l’esame verrà bocciato. Docenti divisi: la stretta di Valditara piace “solo” al 51% dei prof

Si continua a discutere degli episodi di boicottaggio dell’orale di maturità: sono cinque gli studenti, almeno per quanto ne sappiamo, che quest’anno hanno deciso di fare scena muta al colloquio, per protesta contro il sistema scolastico basato sui voti.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara non ha usato mezzi termini: chi fa scena muta alla maturità va punito. Con la nuova riforma della maturità, di cui ha parlato il capo del dicastero di Viale Trastevere, chi boicotterà l’esame in questo modo andrà incontro alla bocciatura.

Il sondaggio

Ma che ne pensa il mondo della scuola? Abbiamo provato a capirlo tramite un sondaggio sulla nostra pagina Instagram, seguita soprattutto da docenti. All’indagine hanno partecipato 7801 utenti. Questi ultimi hanno risposto a questo quesito: “Siete d’accordo con l’idea di Valditara di bocciare gli studenti che fanno scena muta alla Maturità?”.

C’è da dire che non c’è una risposta univoca; i docenti sembrano alquanto divisi. A rispondere “sì” sono stati in 629 (il 51%), a rispondere “no” 612, il 49%.

Il quinto caso

“L’orale non mi spaventava, anzi. Ma penso che la scuola dovrebbe insegnare ad avere un pensiero critico, non punire chi lo esprime. Il voto rischia di diventare un’arma per mettere a tacere gli studenti”. Nel frattempo c’è stato il quinto caso; queste le parole di una studentessa diciannovenne di Piobbico (in provincia di Pesaro e Urbino), che, come i tre studenti veneti nei giorni scorsi, più un’altra studentessa di una scuola privata di Firenzesi è rifiutata di sostenere il colloquio dell’Esame di Stato: intervistata dal Resto del Carlino, la maturanda ha detto che a demoralizzarla è stato il “sette in condotta” nell’ammissione alle prove della maturità: “non lo ritengo giusto. Ho sempre dato il massimo a scuola e penso di essere stata punita per la mia attività di rappresentante. Lo ammetto, sono una persona che quando c’è da dire la propria, lo fa, ma in modo educato. Quando ho espresso critiche, ho avuto la sensazione che la mia opinione non contasse. Mi sono sentita zittita da questo giudizio. E non per una nota o qualche ritardo accumulato: lo sento come un problema più grande. Quel voto mi ha molto delusa e ho perso qualunque motivazione nel sostenere l’esame”.

Innumerevoli reazioni

Sono moltissime le reazioni a questi casi, che stanno monopolizzando l’opinione pubblica. Il giornalista Enrico Mentana ha scritto: “Mamma mia quanto perbenismo, quanto paternalismo e quanta ipocrisia sulla vicenda degli studenti della maturità che fanno a bella posta scena muta all’orale dopo aver avuto la certezza matematica della promozione. Quanti vuoti di memoria, quanti ditini alzati. Quanti ‘ai miei tempi sarebbe stato impensabile’ scritto da gente che ai suoi tempi aveva scioperato e occupato le scuole, contestato il sistema dell’istruzione (e non solo quello), convissuto con la violenza politica giovanile, visto amici e compagni di scuola avviarsi alla lotta armata. Ne facemmo di tutti i colori, con gioia e strafottenza rispetto a professori e genitori, e magari ancora ce ne vantiamo, quando rievochiamo quei tempi nelle rimpatriate”.

“Ma ce ne vantiamo perché erano i nostri irripetibili 18 anni, che vivemmo come volevamo. E però ora vogliamo spiegare ai maturandi di oggi come si sta al mondo, col supporto del ministro. Ma chi fa scena muta all’orale – con proclami o senza – può farlo perché ha già la promozione in tasca. Che colpa ne ha se si è creato un sistema di voto che somma i crediti pregressi nel quinquennio, i risultati degli esami scritti e infine l’orale? Non pensano, Valditara e i tanti soloni scesi in campo, che aver creato un caso nazionale su cinque o sei episodi (uno ogni centomila maturandi…) serva soltanto a dare l’idea a tanti altri che non hanno bisogno di un voto più alto, e che puniranno a loro volta tanto saccente bacchettonismo?”.

Il docente e scrittore Enrico Galiano ha ribadito, su Il Libraio: “Facciamo finta che la protesta dei giovani non sia arrivata boicottando un esame orale, ma con un gesto meno divisivo. Che ne so, una lettera rivolta al ministro, una cosa così.

Sforzatevi insomma di concentrarvi su cosa ci stanno dicendo, e non su come ce l’hanno detto: che, sono d’accordo, lascia molto perplessi. Se non altro, sull’efficacia del gesto, visto che ora quasi nessuno sta discutendo davvero dei problemi che ci hanno descritto, ma solo su quanto fosse opportuno farlo così.

Perché qualcosa lo stanno dicendo, eccome.

Stanno dicendo che il meccanismo di valutazione oggi, in troppi casi, non misura le persone ma solo i numeri.

Che l’impegno conta poco, se non si traduce subito in una prestazione perfetta.

Che chi parte da più indietro resta indietro, e che spesso la scuola se ne accorge solo quando è troppo tardi.

Stanno dicendo che nelle classi si respira competizione, non cooperazione.

Che si impara a confrontarsi con i voti degli altri, ma non con sé stessi.

Che si parla troppo poco di ansia, di fragilità, di attualità.

Dicono che vorrebbero un esame che misuri la maturità vera: non solo quanto sanno, ma quanto capiscono, quanto si interrogano, quanto sono cresciuti.

Che la maturità non è saper ripetere a memoria la lezioncina, ma saperla collegare alla propria vita.
Che a scuola non si dovrebbero imparare solo cose, ma anche come si sta al mondo.

E poi chiedono una scuola più umana, più capace di ascoltare.

Non vogliono insegnanti che diventino amici: vogliono adulti autorevoli, non autoritari. Vogliono qualcuno che si accorga di loro. Che si accorga come stanno, non solo dove sbagliano.

Sbagliano? Hanno ragione? Un po’ e un po’?

Provo a dire come la vedo io.

Sì, hanno ragione a chiedere una scuola più attenta alle persone, meno ossessionata dai voti, più capace di valorizzare l’impegno e il pensiero critico. La competizione esasperata, l’ansia da prestazione, la sensazione di non essere visti come individui ma solo come “media aritmetica” sono problemi che tanti studenti vivono davvero. E finiscono per ostacolare la loro preparazione, più che a stimolarla.

Ma hanno anche il dovere di non vivere la scuola solo come un distributore automatico di attenzione, empatia e successo. Non possono pretendere una scuola migliore senza fare la loro parte: mettersi in gioco, assumersi responsabilità, non aspettarsi che tutto cambi per loro ma anche grazie a loro.

Perché la scuola non è un luogo dove vieni a prendere, ma dove impari a dare senso a ciò che prendi.

Non è uno sportello di servizi, ma un laboratorio imperfetto dove si cresce anche nei conflitti, nelle frustrazioni, nei no.

È un luogo in cui ricevi, sì, ma solo se sei disposto a investire davvero: e non solo in termini di studio.

Ecco il punto: non basta chiedere ascolto, bisogna anche imparare a dire le cose nel modo migliore e ad ascoltare le ragioni dell’altro.

E non basta denunciare un sistema sbagliato, rifiutare il vecchio: bisogna anche avere il coraggio di proporre il nuovo.

Per questo, pongono domande vere — ma a volte sembrano cercare risposte facili. Esprimono un vero disagio, ma sembrano non accorgersi nemmeno loro del disagio che abita moltissimi insegnanti – che infatti non viene mai citato, in tutti i loro discorsi.

Si sente insomma che sono molto concentrati su di sé, e forse poco su chi hanno di fronte, sul contesto, sulle condizioni in cui un insegnante è costretto a lavorare. Anche questa è maturità.

La sfida, oggi, allora è questa: fare in modo che la scuola sia un luogo in cui gli adulti si mettano in discussione, ma anche in cui i ragazzi non abbiano paura di giocare davvero la partita. Di elaborare le proprie frustrazioni. Di assumersi delle vere responsabilità. E di interessarsi davvero agli altri, al mondo in cui vivono, e non solo a sé stessi.

Solo così si cresce. Da entrambe le parti”.

Il giornalista Giovanni Minoli, a Il Corriere della Sera, ha parlato dell’esame di maturità dei suoi tempi: “Una prova quasi impossibile, bisognava portare tutto il programma di tutti e tre gli anni del liceo per tutte le materie. Era l’incubo della nostra età. Sapevamo che, comunque fosse andata, sarebbe stata la fine. La fine della nostra vita fin lì. E però sapevamo anche che, oltre quella morte, c’era un’altra vita. La vita degli adulti. Nuova e magnifica. Soprattutto di durata infinita, almeno dal punto di vista di chi aveva solo 17 anni alle spalle”.

“Avevamo conosciuto tanti che prima di noi ce l’avevano fatta, e si godevano l’ “eternità”. I corsi di studio, nella loro varietà (classico, scientifico, alberghiero, nautico, ragioneria…) erano un po’ come le religioni con le loro differenti promesse di vita eterna (resurrezione dei corpi, reincarnazione, nirvana, paradiso islamico): ognuno offriva una sua speciale forma di immortalità. Credo che sia una buona metafora del rapporto tra finito e infinito, qualcosa che possano capire tutti. Io almeno, avendo raggiunto gli ottant’anni, sento che le cose stanno proprio così. Sta finendo questo piccolo pezzetto di vita che ho fin qui vissuto, niente più che una adolescenza rispetto all’infinito che mi aspetta. E so che altrimenti non avrebbe avuto senso aver passato questi anni a prepararmi per l’infinito, come noi ci preparavamo per la maturità nella certezza che ci avrebbe aperto le porte di una nuova vita. La vita che finisce ha senso solo rispetto a una vita eterna che non finisce”.

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