L’orrore della guerra è sotto gli occhi dei nostri giovanissimi. C’è il rischio che essi se ne abituino, iniziando a non stupirsene, a non indignarsene, a considerarlo “normale”: in parte ciò già avviene. L’educazione civica può impedirlo. Lo studio della figura storica di Ilse Koch, la “strega di Buchenwald”, può seminare nella coscienza degli allievi il senso della responsabilità etica (e penale) dell’individuo, insegnando che l’osservare un crimine senza opporvisi, o — peggio ancora — il commetterlo in ossequio agli ordini di una tirannide, rende complici e rei: come dimostrano i Processi di Norimberga.
Ilse Koch (1906-1967) è un esempio di come la disumanizzazione di un’intera società possa trasformare una persona sana in un sadico assassino. Tuttavia non si tratta qui di analizzare un “mostro” isolato, ma di far comprendere in che modo una tirannide totalitaria, esercitando un controllo assoluto e pervasivo sulla vita dei cittadini, possa render “normale” la mostruosità.
Sorvoleremo sui particolari più macabri di ciò che Ilse Koch faceva alle sue vittime: i detenuti, in massima parte ebrei, del lager di Buchenwald. Chi volesse approfondire troverà abbondante materiale nel web e nella letteratura scientifica. Basti per il momento dire che Ilse, da giovane contadina simpatica, allegra e gioviale, nel campo di concentramento divenne un’imperatrice assetata di sangue. Ai prigionieri era sufficiente un atteggiamento non sufficientemente ossequioso nei suoi confronti, per essere gettati nelle mani dei torturatori o finire fucilati.
Aveva cominciato la “carriera” di guardiana nel lager di Sachsenhausen a 30 anni, nel 1936. Il suo cognome da nubile era Köhler. Si sposò però quell’anno con Karl Otto Koch, poi divenuto direttore del campo di sterminio di Buchenwald, dove la coppia si trasferì l’anno successivo. Ilse aveva ora ancor più potere sui detenuti: non più come guardiana, ma come sposa del comandante. Fu allora che credette possibile abbandonarsi a qualsiasi fantasia sadica e distruttiva le passasse per la testa. Fissata coi tatuaggi, arrivò a scuoiare i cadaveri degli uccisi per farsi con le loro pelli tatuate guanti, copertine di libri e di album fotografici, paralumi (poi portati come prove a Norimberga).
Esercitava su Buchenwald un potere totale, assolutamente arbitrario e incontrastato, pur essendo priva di ruoli ufficiali nell’organigramma delle SS. Dal 1941 poi, nominata capo supervisore delle sorveglianti donne del lager, operò quasi fosse una sorta di regina dell’orrore. I testimoni la dipinsero in tutto il suo sadismo, come una depravata che godeva nell’infliggere sofferenza.
Arrivò a tali eccessi di depravazione e di corruzione, che nel 1943 i nazisti stessi la arrestarono col marito, accusandola di appropriazione indebita, omicidio di testimoni (tra i quali persino il medico che aveva curato la sifilide di Karl Koch) e corruzione. Il marito fu fucilato nel 1945 dalle stesse SS, mentre Ilse veniva assolta per insufficienza di prove.
Condannata all’ergastolo nel 1947 da un tribunale americano per crimini contro l’umanità, nel 1948 si vide ridurre la pena a quattro anni da un giudice statunitense per dubbi giuridici sui paralumi. Dubbi inconsistenti, in realtà, vista la testimonianza dei medici internati che erano stati costretti ad eseguire autopsie e trattamenti chimici. L’opinione pubblica mondiale si sollevò contro questa scandalosa riduzione della pena: cosicché nel 1951 un nuovo processo in Germania la ricondannò all’ergastolo. Ma Ilse non si pentì mai, dichiarandosi vittima di falsità propagandistiche antinaziste. Si impiccò a 60 anni in carcere ad Aichach, in Baviera.
Occorre far riflettere gli studenti sul fatto che anche la mancanza di solidarietà verso i perseguitati e le vittime di crimini contro l’umanità è una colpa etica e un reato. L’articolo 2 della Costituzione Italiana richiama al dovere inderogabile “di solidarietà politica, economica e sociale”, condannando implicitamente non solo la complicità, ma anche l’indifferenza all’ingiustizia e al sopruso.
Può essere efficace, allo scopo di sensibilizzare i ragazzi su questo tema, la visione del film “La zona d’interesse” di Jonathan Glazer (2023), che mostra la “tranquilla” e “normale” vita del criminale nazista Rudolf Höß, di sua moglie e dei loro cinque figli nella loro casa adiacente alla recinzione del campo di sterminio di Auschwitz. La famigliola vive fingendo di non udire le urla dei carnefici, gli spari, le grida strazianti delle vittime, i rumori dei treni e delle fornaci, il fumo dei crematori e la cenere che ne ricadeva. L’incubo, per tutti loro, era la più assoluta normalità.
Si può far riflettere i giovani su come noi tutti ci stiamo velocemente assuefacendo all’orrore che si consuma in teatri di guerra a noi molto vicini, e sul rischio di disumanizzazione che si corre quando si smetta di scandalizzarsi e di ribellarsi all’orrore.
Per questo è importante creare una cultura della memoria. Ricordare sempre questi orrori è la base su cui fondare la prevenzione delle derive autoritarie e la nascita nei giovani di una coscienza critica e democratica: che è poi il compito primario dell’istruzione e della Scuola secondo i padri e le madri costituenti. «La storia siamo noi», cantava Francesco De Gregori nel 1985: la memoria storica, creando il senso della responsabilità individuale negli eventi, può aiutare in futuro a tutelare i diritti fondamentali degli esseri umani e di tutte le creature viventi.