La notizia dell’accoltellamento di una docente da parte di uno studente tredicenne a scuola ha lasciato di stucco tutti. Il caso ha colpito per la violenza cieca, per la giovanissima età dell’aggressore, per il fatto che l’episodio è stato pianificato, filmato e diffuso in una chat, per il manifesto che il ragazzino ha scritto prima di agire.
I docenti, lo abbiamo detto più volte, si sentono in trincea, costantemente in pericolo, e sono sempre più spaventati. Sono molti gli insegnanti che non vedono l’ora di andare in pensione, che preferirebbero avere intrapreso un’altra carriera lavorativa.
Il burnout è dietro l’angolo; la psicologa scolastica Valentina Manca ha dichiarato: “Negli ultimi anni ho osservato un crescente senso di affaticamento tra il personale docente”, ha detto a Domani. Un logoramento che si sviluppa dentro un clima percepito “come sempre più precario e frammentato, segnato da isolamento e pressione costante”.
A questo punto viene da chiedersi: ma chi ancora oggi vuole fare l’insegnante? Essere appassionati per una materia o avere la vocazione per l’insegnamento forse non basta più. La giornalista e scrittrice Elvira Serra, in un editoriale su Il Corriere della Sera, si è posta proprio questa domanda.
“Ho ripensato molto a loro dopo i fatti di Bergamo, l’ennesima e drammatica aggressione di un’insegnante da parte di uno studente di 13 anni. E non sono certo qualificata per giudicare o proporre soluzioni. Ma non posso non osservare la distanza siderale tra la scuola come era intesa nel trapassato remoto nel quale l’ho frequentata io, e l’istituzione sbiadita di adesso”, ha esordito.
“Quando è avvenuta la mutazione genetica? Nel momento in cui gli smartphone sono entrati negli zaini di tutti gli studenti, o piuttosto quando i primi genitori sono andati dal dirigente scolastico per lamentarsi di un brutto voto a loro parere ingiustificato? Divago, ma rifletto: perché oggi un laureato innamorato della letteratura o della storia dovrebbe voler guadagnare duemila euro al mese dopo dieci anni di servizio in cambio di insulti, minacce, danni materiali e morali legittimati, il più delle volte, da padri e madri che si sentono più preparati dei docenti, convinti di essere gli unici depositari della capacità di giudizio verso i propri figli? E allora: vogliamo perquisire gli zaini? Va bene. Vietare l’accesso ai social sotto i 16 anni? Va benissimo. Ma possiamo anche ristabilire un po’ del rispetto sociale e generazionale verso i professori, che hanno il compito cruciale di gettare semi di curiosità dei quali magari, poi, neanche vedranno i frutti? Sarebbe bellissimo”, ha concluso.