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07.03.2026

Parità di genere? Il comparto meno pagato è il più femminilizzato: la Scuola

Molte donne insegnanti? Di per sé non è certo un male: la femminilizzazione della Scuola italiana ha di sicuro aspetti positivi per la qualità dell’istruzione, perché le donne sono davvero più brave in tutte le professioni, come risulta dalla semplice esperienza di chiunque conosca professioniste donne. La patologia sta nel fatto che in Italia la professione docente è la meno pagata (e, insieme, la più criticata, meno stimata e meno considerata) nel nostro Paese; il quale, in questo, somiglia — stranamente, ma forse non a caso — ai Paesi ex sovietici, preda oggi anch’essi dell’ideologia neoliberista.

Furono le maestre ad alfabetizzare l’Italia

Fin dal 1861 il neonato Stato italiano unitario diede avvio all’alfabetizzazione del Paese. Un diffuso — e ancor oggi persistente — pregiudizio patriarcale vedeva più adatte le donne all’insegnamento infantile. Solo le donne potevano frequentare corsi preparatori all’insegnamento negli asili.

Fin da subito, pertanto, le scuole elementari e d’infanzia avevano quasi solo maestre: le quali, però, erano per legge pagate un terzo meno dei maestri, e ancor meno nelle scuole rurali e montane. Ciò permetteva alla spesa pubblica un cospicuo risparmio. Le maestre, inoltre, potevano esercitare solo se ottenevano un certificato di moralità, rilasciato dal sindaco a sua totale discrezione: il che le rendeva ancor più fragili sul piano dei diritti e della libertà d’insegnamento.

Sottopagate, ricattabili, calunniate e malviste

Aggiungiamo la scarsa considerazione di cui queste donne erano oggetto in tutta Italia: una donna che lavorasse era difatti sospetta di troppa “indipendenza”, e dunque potenziale “poco di buono”; con la conseguenza di rischiare continuamente la revoca dell’attestato di buona condotta morale.

A fine ‘800 e inizio ‘900 la donna era pagata meno dell’uomo in ogni settore lavorativo, e ciò provocava anche la rabbia dei colleghi maschi, che a volte si vedevano preferite nelle assunzioni proprio le donne, colpevoli ai loro occhi di non starsene al focolare a far la calza.

XX secolo: l’emancipazione si fa strada. Ma il fascismo la stronca

Dopo il 1900 il numero delle studentesse crebbe, e quindi anche quello delle lavoratrici, specie nell’industria e nei servizi. Nella Scuola le docenti cominciarono ad aumentare anche nelle scuole superiori, specie durante la prima guerra mondiale, quando gli uomini erano al fronte.

Il fascismo cancellò tutti i progressi fatti, negando alle donne il diritto di voto — che Mussolini aveva promesso — e chiudendole in casa a far le madri. I concorsi per il pubblico impiego riservavano al “gentil sesso” un massimo del 10% dei posti disponibili, mentre era loro vietata ogni possibilità di carriera. Nelle elementari il ruolo di maestra restò prevalentemente femminile, ma alle donne fu proibito ogni avanzamento sociale. Nei licei fu loro vietato l’insegnamento della filosofia e delle lettere, nonché di alcune materie negli istituti tecnici.

1946: l’emancipazione riprende il suo lungo cammino. Ancora incompleto

La Resistenza vide le donne costituire circa il 20% del numero totale dei partigiani combattenti. Le donne votarono il 2 giugno 1946, entrando nella Costituente e in Parlamento. Tuttavia la loro lotta per la parificazione, malgrado i progressi, non è tuttora completa, come ben sappiamo.

Anche nei 38 Paesi che compongono l’OCSE la professione docente è femminilizzata; ma non come in Italia. Non a caso l’OCSE invita il Bel Paese a pagar meglio i propri docenti, onde attrarre più uomini all’insegnamento. Infatti, da noi è ancora diffuso lo stereotipo secondo il quale la docenza nelle scuole è un ripiego, e quindi più adatta alle donne, storicamente rassegnate a ruoli subalterni.

Lo spirito di rassegnazione aiuta lo Stato a risparmiare sulla Scuola

In Italia, in particolare, a differenza degli altri Paesi avanzati, la Scuola è l’unico comparto della pubblica amministrazione che non paghi straordinari: se le tante ore di lavoro sommerso dei docenti fossero pagate come lavoro straordinario, verrebbe finalmente meno la chiamata al lavoro docente come “missione” svolta per “amore”, anziché per professionalità. Quanto pesa, in un Paese di tradizione cattolica e patriarcale come il nostro, la rassegnazione femminile ad accontentarsi, mostrando la propria “bontà” e disposizione al sacrificio? Quanti miliardi annui lo Stato risparmia grazie a tale rassegnazione?

La presenza maschile si fa infatti maggiore (benché pur sempre minoritaria) nelle scuole superiori, ove il salario cresce (di poco). Ancor più nell’Università. Morale della favola: le donne restano in basso nella scala sociale e nella reputazione generale. Un bel risparmio per le casse statali. Anche perché i docenti italiani guadagnano la metà di quelli — ad esempio — tedeschi. Le donne s’accontentano, e il sistema se ne giova, in barba a tutti i bei discorsi sulla parità tra i generi.

Migliorare la Scuola? Si inizi dal pagar meglio la categoria più femminilizzata: i docenti

Se avremo in Italia finalmente un governo davvero democratico, quel governo dovrà investire massicciamente sulla Scuola, rendendo per lo Stato impossibile lesinare sui salari di chi lavora nell’istruzione. Dovrà pertanto invertire il divario tra la spesa italiana per l’istruzione (4%) e quella della media OCSE (4,9%), e pagar di più i docenti, con retribuzioni automaticamente adeguate all’inflazione reale (e non a quella “programmata”, come purtroppo avviene dal 1993 grazie al D.lgs. 29/1993), onde rendere il loro lavoro più attrattivo per i migliori, donne o uomini che siano.

Il governo attuale, al contrario, si è premurato unicamente di inserire le “quote blu” nel concorso per dirigenti scolastici, per garantire tra di essi un numero minimo di dirigenti maschi. A parità di punteggio, son preferiti gli uomini (in base al D.P.R. n. 82/2023). Tanto i salari restano quelli: bassi, e umilianti persino per i dirigenti scolastici in relazione agli altri dirigenti statali.

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