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26.06.2026

Voti o sentenze? La valutazione deve servire a far crescere gli apprendimenti e le persone

Scegliere di parlare della scuola oggi significa, inevitabilmente, toccare il nervo scoperto della valutazione, ma non nel modo in cui lo abbiamo fatto finora. C’è una frattura profonda, un paradosso giuridico e pedagogico che sta trasformando le nostre aule in tribunali e i nostri ragazzi in contabili del proprio sapere: l’illusione del “voto oggettivo” come scudo contro il conflitto sociale.

Osservo con preoccupazione come il registro elettronico sia diventato un fascicolo processuale pronto per essere impugnato al TAR; vedo come questo formalismo stia uccidendo l’errore come momento di crescita e noto un dispendio immenso di energie umane in procedure che non producono valore educativo, ma solo burocrazia difensiva.

Stiamo valutando per far crescere o per evitare un ricorso?

Dobbiamo dircelo chiaramente: abbiamo confuso il diritto allo studio con il diritto al successo formativo garantito per legge, svuotando di significato il percorso stesso. I dirigenti scolastici, spesso schiacciati tra l’incudine delle scadenze ministeriali e il martello dei ricorsi delle famiglie, tendono a privilegiare la tenuta formale dell’atto amministrativo rispetto alla qualità della relazione educativa. Se la “griglia di valutazione” è perfetta, il voto è salvo, ma lo studente è perso. Le famiglie, d’altro canto, hanno interiorizzato un modello di protezione che scambia la severità (quella sana, che orienta) per un sopruso, finendo per privare i figli di quella fondamentale palestra di resistenza che è il confronto con il limite.

Proteggere un figlio da un brutto voto lo renderà un adulto più forte o solo più fragile davanti alla vita?

Il voto è diventato un’ossessione numerica che frammenta la conoscenza. Quando un docente mette un 6-, non sta valutando una competenza; sta cercando di tradurre l’ineffabile complessità dell’apprendimento in una metrica che possa resistere a un’interpellanza. Ma l’educazione non è un contratto d’appalto dove, se il servizio non è perfetto, si chiede lo sconto o la penale. È un processo organico. Eppure, oggi, se un ragazzo fallisce, la colpa è della “progettazione didattica incompleta” o della “mancata personalizzazione”, termini tecnici che troppo spesso diventano paraventi per non affrontare la realtà: imparare costa fatica e il dolore di un brutto voto è, a volte, l’unico segnale acustico capace di svegliare una coscienza assopita.

Se eliminiamo il rischio di fallire, che valore diamo all’impegno per riuscire?

Il rischio che corriamo è la creazione di una generazione di “bravi esecutori di algoritmi valutativi”, giovani che studiano per la media e non per l’intelligenza delle cose. Stiamo educando al calcolo, non al pensiero critico. Un dirigente scolastico che invita un docente a “levigare” i voti per evitare tensioni non sta facendo il bene della scuola; sta compiendo un atto di vigliaccheria istituzionale che mina le basi della democrazia. La democrazia, infatti, si regge sul merito riconosciuto e sulla responsabilità individuale, non sull’appiattimento verso l’alto per via amministrativa.

Preferiamo una scuola che promuove tutti o una scuola che prepara davvero tutti?

Cari docenti, dovete riprendervi la libertà pedagogica di sbagliare insieme ai vostri alunni. Non lasciate che il timore di un ricorso scriva le vostre verifiche. Care famiglie, tornate a guardare ai professori non come a fornitori di servizi, ma come ad alleati nel difficile compito di trasformare i vostri figli in adulti. Il voto non è una sentenza sulla persona, ma un fotogramma di un movimento in corso. Se continuiamo a processare la scuola, finiremo per avere istituti impeccabili dal punto di vista legale, ma deserti dal punto di vista dell’anima.

La vera sfida è de-giuridificare il rapporto educativo per restituirlo alla sua dimensione umana. Serve un patto di corresponsabilità che non sia un pezzo di carta firmato a inizio anno, ma un impegno quotidiano a riconoscere l’autorevolezza di chi insegna e la dignità di chi impara, anche attraverso il fallimento. Se non rompiamo questo guscio di ipocrisia burocratica, la scuola resterà un enorme ufficio di certificazione di competenze che nessuno possiede davvero, in un mondo che, fuori dai cancelli, non fa sconti e non accetta ricorsi.

Voglio concludere con una riflessione che si ispira al pensiero di Nicola Serio, il quale nel suo volume Oltre la valutazione ci invita a superare la logica puramente tecnica del voto. Per Serio, valutare non significa emettere una sentenza fredda, ma compiere un atto di “intenzionalità educativa”.

È un invito a trasformare la valutazione da strumento di potere e di controllo a strumento di responsabilità. Commentare la sua visione significa ammettere che dare un voto non è mai “pesare” un oggetto, ma guardare una persona negli occhi e dirle: “Ti vedo, so dove sei arrivato e so dove puoi ancora andare”. Se il docente non sente questa responsabilità e se la famiglia non riconosce questo atto di cura, il voto resta solo un numero freddo su uno schermo. La sfida è tornare a guardare al “destino dell’altro”, accettando che un ostacolo non è un’ingiustizia, ma la prima pietra su cui costruire il futuro di un uomo o di una donna.

Siamo pronti a smettere di misurare le prestazioni e a ricominciare a valutare le persone?

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