“Io alzo tutti i voti, così non ho problemi”. Quante volte nella vita di un/una docente, è capitato di sentire parole analoghe da un collega? Quanti insegnanti, al sentirle, ancora se ne scandalizzano? Quanti, invece, si adeguano?
Naturalmente una risposta statisticamente attendibile non è possibile, perché mancano dati credibili: sono frasi che si sussurrano all’orecchio, pronti a negarle alla prima occasione. Inoltre la finalità — quella del “quieto vivere” — non è confessabile, perché stride con la stessa funzione docente, che deve mirare allo sviluppo umano, culturale, civile e professionale degli alunni, costi quel che costi.
Tuttavia del fenomeno si discute, e la discussione ripropone il vecchio tema del “voto politico” e del diffuso “buonismo”. Il quale sicuramente esiste e fa sentire i propri effetti, come dimostra il disallineamento tra gli alti voti dei registri elettronici e gli scarsi risultati dei test standardizzati diffusi dall’INVALSI. Ecco spiegato come mai, oltre all’inflazione monetaria, il Bel Paese veda inflazionare le medie alte e i 100 alla maturità (di cui molti ministri di viale Trastevere, un po’ a sproposito, si sono vantati). Poi però ci si meraviglia quando professionisti laureati scrivono (anche in documenti pubblici), “tutto apposto”, “affianco a me”, “almeno che”, “i cittadini la quale votano”, “vorrei che il Parlamento approvi”, “lo farei se potrei”, “domani parto in Grecia” e consimili perle.
Certamente la pressione burocratica, sempre più pesante, non aiuta l’onestà intellettuale dei docenti nel momento dello scrutinio finale. Da decenni, in caso di bocciatura (ma persino in presenza di voti inferiori alle aspettative parentali), i genitori non esitano ad attivare lunghi — e vieppiù frequenti — ricorsi amministrativi.
Il clima umano dell’ambiente scolastico, di conseguenza, da molto tempo va deteriorandosi; anche perché alcuni dirigenti scolastici, per non perdere iscrizioni e non esser valutati negativamente dall’alto, esercitano forti pressioni onde ridurre gli insuccessi scolastici degli studenti.
Cosicché, per evitare conflitti, si tende ad alzare i voti, riducendo il rischio di scontrarsi direttamente col dirigente o con genitori sempre più iperprotettivi.
Chi critica la Scuola italiana per la scarsa preparazione degli studenti negli ultimi 40 anni, dovrebbe prima di tutto occuparsi di questo aspetto per comprendere la situazione e migliorarla. Senza libertà di insegnamento e di valutazione, la Scuola non può funzionare.
E, quando la Scuola non funziona o funziona male, dobbiamo chiederci se tutto ciò stia giovando, non solo al presente e al futuro della collettività, ma ai discenti stessi. Dobbiamo infatti, per una volta e per onestà intellettuale, dar ragione al ministro Giuseppe Valditara, il quale ha pronunciato nel gennaio 2023 le seguenti parole: «Attenzione a non far crescere nell’ovatta i nostri ragazzi. Se non li abituiamo ad affrontare le frustrazioni, che nella vita saranno tante, facciamo il loro male». È vero, è così. I giovanissimi sono sempre meno preparati, non solo culturalmente, ma anche emotivamente e psicologicamente. Pronti a contestare un voto, ma non a guardarsi dentro, né a considerare obiettivamente gli eventi ed il proprio operato, né a mettersi nei panni altrui, né a provare empatia, né tantomeno a comprendere le opinioni del prossimo, e neppure ad accettare l’insuccesso. Soprattutto, non sanno sopportare la fatica, accettandola come prezzo da pagare per diventare più forti.
Proprio perché Valditara su questo aspetto ha ragione, quindi, sarebbe coerente da parte sua aumentare la tutela giuridica della libertà di valutazione, che è propria della funzione docente. Ne va del comune presente e futuro.
Per fortificare i giovani e farli crescere sani ed umani, occorre riscoprire il valore della verità, anche e soprattutto se scomoda e frustrante. La sincerità di chi valuta la preparazione del discente è il fondamento su cui costruirne la crescita.
Se la verità è la base su cui costruire, occorre dir no ai trucchi: vuoti e carenze non devono venire nascosti; i voti non devono subire alcuna alterazione, ma essere reali, in scienza e coscienza.
Ciò non significa non aiutare chi si trova in difficoltà. Significa, semmai, restituire al verbo aiutare il suo significato originario in ambito didattico: ove aiutare lo studente non significa alzarne i voti, ma agire presto per favorirne la motivazione (al fine di crescere, non di portare a casa bei voti), per stimolarne la curiosità, per insegnargli tempestivamente a trovare il proprio stile di studio e di apprendimento mediante un metodo autonomo. Il contrario, insomma, dell’alzare artatamente i voti o — peggio ancora — del passare sottobanco le soluzioni alle verifiche scritte.
Tutto ciò costa molta fatica, spesso inutile (ed anche per dare a ciò il giusto valore i docenti europei son pagati ben più dei miseri stipendi con cui vengono retribuiti in Italia); la soddisfazione personale, però, è maggiore, perché fa sentire a posto con la coscienza.
Al contrario, imbellettare la realtà, per farla sembrare migliore, è uno stratagemma che danneggia la classe (pregiudicandone l’equilibrio), illude i genitori, impedisce la vera maturazione e trasmette un insegnamento antisociale: insegna cioè a nascondere con bugie le difficoltà personali anziché affrontarle. Il danno per la società, presente e futura, è incalcolabile.
L’insegnamento più duraturo e più nobile che un docente possa donare è il valore inestimabile della verità, perché sulla sincerità si fonda la crescita vera dell’individuo. Occorre rimboccarsi tutti insieme le maniche, sforzandosi di rivolgere la prua del Paese verso l’ammissione onesta di qualsiasi verità, anche e soprattutto se scomoda o impietosa.
C’è la volontà politica che questo accada anche e soprattutto nella Scuola? O si teme di perdere consensi (e quindi voti)?