Vista la situazione economica e retributiva dei docenti della Scuola italiana, nella mente di qualche maligno comincia a serpeggiare il seguente malevolo pensiero: non sarà che i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) della Scuola sono scritti e decisi direttamente al ministero dell’economia e delle finanze (MEF)? Non si spiegano forse così i bassissimi incrementi stipendiali dei docenti (che in 40 anni hanno imparato a non farci nemmeno più caso)? A qualcuno, in effetti, sembra l’unica spiegazione possibile. Di contratto in contratto, la perdita di potere d’acquisto è sempre più evidente: gli “aumenti” non coprono mai l’inflazione, e i docenti privi di altre fonti di reddito (coniugi danarosi, affitti di case di proprietà o secondi lavori) non possono permettersi nemmeno più vacanze, né teatro, né libri costosi.
In realtà non si può dire che i contratti degli insegnanti siano decisi al MEF: sia perché si verrebbe immediatamente zittiti da chi, in nome del “politicamente corretto” trova scorretto — Dio ce ne scampi e liberi! — rivelare la verità sostanziale dei fatti; sia perché il meccanismo dei CCNL del Pubblico Impiego (PI), perfettamente funzionante e oliato dal 1993, funziona in modo costituzionalmente ortodosso e giuridicamente inoppugnabile, stanti le leggi varate nell’ultimo quarantennio.
Grosso modo, tutto avviene secondo il legittimo iter. Ufficialmente il MEF funge soltanto da consulente finanziario, gestore patrimoniale, “wealth manager”. Al tavolo delle trattative siedono i Sindacati rappresentativi “maggiormente” (CGIL, CISL, UIL, Gilda, SNALS e ANIEF); la controparte governativa, invece, è l’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni (ARAN).
Attenzione però: il MEF sembra non partecipare alla trattativa, ma in realtà stabilisce, in base alla Legge di Bilancio, quali e quante sono le risorse utilizzabili per la trattativa. Un po’ come se una famiglia, contrattando la paga della COLF, le dicesse: «Sappiamo che tu vuoi 10 euro l’ora, ma la nostra disponibilità finanziaria non ci consente di accontentarti; dunque possiamo offrirtene 5 l’ora». Se non trova altri possibili datori di lavoro, la COLF non avrà altra scelta che accettare il magro compenso.
Che contrattazione è, se le regole del gioco le decide solo una delle due parti?
Se un Sindacato poi si oppone al CCNL e non lo firma, perde gran parte dei propri diritti sindacali: deve rinunciare, cioè, alla qualifica di parte firmataria, al diritto a partecipare alla contrattazione integrativa e alle tutele specifiche previste da quel CCNL per i Sindacati firmatari. Come se la COLF suddetta perdesse, rinunciando al lavoro, anche i diritti di cittadina della Repubblica.
Comunque no, non si dica che le carte sono truccate, perché le leggi sono lì da 33 anni, nero su bianco, i cittadini (e i docenti) non vi trovano nulla di cui lamentarsi, dunque il gioco sta bene a tutti.
L’ultimo CCNL Scuola (per il triennio 2022-2024) è il primo non siglato da FLC/CGIL, che, per una volta, così facendo ha coraggiosamente rinunciato a privilegi sindacali non indifferenti.
Il ruolo del MEF, d’altronde, non finisce qui. Prima della firma definitiva, il MEF ricontrolla la “compatibilità finanziaria”, ossia l’esistenza reale dei fondi necessari a coprire la parte economica del contratto; può quindi ancora bocciarlo. È vero che l’“Atto di indirizzo” non è scritto dal MEF ma dal Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), che attraverso l’atto d’indirizzo detta all’ARAN i temi di negoziazione. È pur vero però che il MEF decide la cifra di cui l’ARAN dispone per le retribuzioni e per le altre spese, e che questa cifra non è un dato di natura, ma una scelta politica del governo in carica, basata sulle sue priorità. Pertanto, se la spesa pubblica dello Stato italiano per la Scuola è sempre tra le più basse del mondo industrializzato e ultima nell’UE (sia in rapporto alla spesa pubblica totale, sia in percentuale sul PIL), ciò è dovuto a precise scelte strategiche e politiche, frutto della convinzione che spendere per Scuola e Università sia molto meno importante che spendere per tutto il resto (compresi armamenti, lussuose missioni internazionali, consulenti e portaborse, accordi con l’Albania e ponti meravigliosi). Dire pertanto che i contratti li stabilisce il MEF non è esatto ma non è sbagliato: «A pensar male del prossimo si fa peccato, ma si indovina», diceva il divo Giulio (Andreotti).
Non è questa la sola stranezza della Scuola del Bel Paese. Altri maligni sibilano che ormai i diplomi di maturità non siano assegnati dalle commissioni d’esame, ma dal TAR. Ovviamente è anche questa un’esagerazione, anch’essa politically incorrect assai assai. Ci scostiamo con orrore anche da simile iperbolica forzatura. La quale però, a ben guardare, non è neanch’essa del tutto fuorviante.
Infatti, pur nella mancanza di numeri complessivi ufficiali sul fenomeno, i giornali registrano una certa tendenza, statisticamente e giuridicamente verificabile, all’aumento dei ricorsi contro l’esito degli esami. Nell’ultimo lustro i ricorsi contro pagelle e non ammissioni sono aumentati del 25% (pur essendo i bocciati solo lo 0,3% dei candidati ammessi). Vero è che, per fortuna, i magistrati sono gente seria, e in massima parte rigettano i ricorsi fondati su divergenze di valutazioni didattiche, perché queste sono insindacabili. È però anche vero che un semplice vizio procedurale può portare alla vittoria del ricorrente. E, in ogni caso, è poi così errato dire che aumenta la tendenza a far decidere i tribunali più che i professori?