La vicenda relativa all’aggressione ai due professori fuori da un istituto superiore di Parma, avvenuta il 22 maggio scorso, sta diventando alquanto complessa. Si è parlato moltissimo del video virale che ha visto degli studenti picchiare un docente nel parco parmense, con relativa indignazione. Poi si è saputo che il docente non intende denunciare i fatti.
Poi è arrivata la notizia della denuncia della madre di uno dei ragazzi, che offre una versione dei fatti ben diversa da quella emersa dai video circolati sui social. In un secondo filmato, diffuso dall’avvocata di uno degli studenti, si mostra quello che sarebbe accaduto prima dello scontro già noto: “Questo nuovo video secondo noi è importante perché mostra quello che è successo prima del video che ha fatto il giro del web nei giorni scorsi”, ha dichiarato l’avvocata. “È il professore che invita i ragazzi a seguirlo nel parco”.
Il docente, però, ha negato tutto in una intervista a La Gazzetta di Parma. “Come ho già spiegato, non ho invitato nessuno al parco. Al di là dell’insensatezza di un tale comportamento (invitare una decina di ragazzi che ti attendono fuori scuola per ‘vendicarsi’ di un torto patito da uno di loro è insensato), qualcuno ha voluto forzare il fatto che io abbia alzato un braccio a mo’ di sfida. Nell’intervista al ‘Corriere‘ ho dichiarato che non avrei mai permesso una rissa davanti al cancello della scuola, con decine di ragazzi, insegnanti e famiglie presenti, e che stavo andando a casa, indicando la mia strada. Diciamo che era l’alternativa a una fuga che, secondo alcuni, avrei dovuto fare”.
Ci sono stati provvedimenti disciplinari nei suoi confronti? Ecco la sua risposta: “Non mi risulta. Preciso che non accetto il biasimo del ministro, che ha sostenuto che avrei dovuto denunciare. Intanto si sarebbe trattato di querela, e non di denuncia, dal momento che la legge Cartabia ha declassificato il reato di lesioni personali a querela di parte e non è più procedibile d’ufficio: me lo hanno spiegato in Questura, penso proprio che loro conoscano il diritto penale italiano”.
“Ma io non querelo minorenni. Io non assumo un avvocato per querelare privatamente un ragazzino maleducato, confuso e poco sveglio, a prescindere dal suo disagio (il ‘frustatore’). Il ministro avrebbe potuto farmi avere il patrocinio gratuito, se proprio avesse voluto ‘difendermi’, come dice lui (legge n. 25/2024 art. 3, circolari MIM n. 15184/2023 e n. 326/2023 e procedure operative applicative dell’art. 44 R.D. 1611/1933 per il personale scolastico). Ma qui entra in gioco la questione ‘competenza'”.
Violenza e minaccia aggravata dall’aver commesso il fatto nei confronti di insegnanti “all’uscita dalla scuola a causa dell’esercizio delle loro funzioni”: questo il reato, messo nero su bianco dalla Procura per i minori di Bologna, per cui i tre studenti sono indagati in concorso. Tutti nati in Italia: il 16enne (quasi 17enne), da famiglia marocchina, un 16enne, figlio di genitori moldavi, e un 15enne, i cui genitori sono di origine egiziana.
Un reato perseguibile d’ufficio perché ai danni di insegnanti, che sono pubblici ufficiali. Inoltre, ai tre viene contestata l’aggravante che riguarda i reati commessi con violenza e minaccia nei confronti del personale scolastico.
Secondo il racconto del 17enne, tutto è iniziato durante la pausa pranzo nel cortile della scuola. Un professore ha rimproverato uno degli studenti per aver lanciato una lattina contro un’auto, ma il rimprovero sarebbe ben presto degenerato in insulti, anche di natura razzista. Quando gli altri ragazzi sono rientrati in classe, il figlio è rimasto solo con il docente, che avrebbe continuato ad aggredirlo verbalmente. Il ragazzo avrebbe risposto con calma, facendo notare al professore che non stava dando il buon esempio. La risposta sarebbe stata un calcio al ginocchio, seguita dalla provocazione di aspettarli fuori nel pomeriggio. È in questo contesto che va letta, secondo la difesa, la sequenza mostrata dai video. L’avvocata di uno dei ragazzi ha annunciato che verrà richiesto l’intervento degli ispettori del Ministero: “È necessario fare chiarezza su quanto accaduto”.
A ricostruire la vicenda punto per punto al Corriere è la madre, che non usa mezzi termini. “Siamo una famiglia ben integrata, non abbiamo mai avuto problemi con la giustizia. Mio figlio è un bravo ragazzo: va a scuola, fa sport, non delinque”. Dopo i fatti, racconta, il ragazzo è tornato a casa visibilmente scosso: “Non stava bene, ha anche vomitato. Lui soffre di disturbi alimentari, è seguito da una psicologa: è un ragazzo fragile”. La famiglia ha tentato di confrontarsi con la scuola prima di sporgere denuncia, ma invano: “Abbiamo mandato una mail al Dirigente, alle dieci non ci aveva ancora risposto. Il silenzio è proseguito fino a sera. Il sabato ci siamo presentati a scuola e ci hanno ricevuto per cinque minuti, senza darci spiegazioni”. Solo allora si sono recati al pronto soccorso – tre giorni di prognosi – e in Questura. “Da venerdì mio figlio non è più uscito di casa. La scuola dovrebbe essere la seconda casa dei nostri ragazzi: mi domando se possa essere questa la scuola che educa”.