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Docenti e Ata, i soldi del Fis 2025/26 in pagamento il 23 settembre: pochi euro tassati al 40%. La protesta: nella Sanità applicano il 15%, non siamo figliastri

Sono diventati visibili gli stipendi del mese di settembre del personale scolastico: attraverso il portale NoiPA, oltre un milione di insegnanti e Ata possono da qualche giorno rendersi conto del quadro di voci stipendiali, con tanto di aumenti contrattuali già applicati nel mese di agosto. A parte, però, molti dipendenti della scuola stanno anche ricevendo il “cedolino” riguardante i compensi (assieme allo stipendio in pagamento il 23 settembre) relativi al Fondo d’Istituto: questo, comprende tutte le attività e le prestazioni svolte nell’anno scolastico 2025/26 e che comportano lo svolgimento di attività lavorative che vanno oltre gli obblighi previsti per la propria figura professionale.

Tra gli insegnanti, ad esempio, si tratta dei pagamenti per avere assunto il ruolo delle funzioni strumentali, di avere portato avanti dei progetti previsti dal Ptof, ma anche l’assunzione di ruoli organizzativi o più semplicemente (anche se si tratta di un compito davvero impegnativo) il coordinamento di una classe.

Per capirci, stiamo parlando di cifre tutt’altro che importanti: mediamente, ogni lavoratore, arriva a percepire poche centinaia di euro l’anno.

Si “staccano” dagli altri i collaboratori della dirigenza: a compensazione delle svariate e impegnative attività che hanno svolto per un intero anno, i vicari del ds, ad esempio, si vedono assegnare cifre che mediamente variano tra i 1.500 euro e 2.000 euro.

Il problema è che si tratta di compensi lordi, sui quali vanno applicate trattenute fiscali e previdenziali non indifferenti: per un docente di ruolo a metà carriera, la riduzione sfiora il 40 per cento. Su un compenso aggiuntivo di 2mila euro, si arriva ad un netto appena superiore ai 1.200 euro: in pratica, un collaboratore del preside, che si assume tutto l’anno responsabilità aggiuntive e compiti complessi da gestire, alla fine della fiera arriva percepire 100 euro nette in più al mese. Una cifra, tra l’altro, che potrebbe essere ancora più decurtata dal conguaglio fiscale del prossimo mese di febbraio, quando il Mef andrà a percepire, in automatico sullo stipendio, l’eventuale trattenuta aggiuntiva derivante dai redditi complessivi.

“È un trattamento è iniquo e demotivante, che va a colpire in modo diretto che si impegna oltre gli obblighi contrattuali a scuola”, dice Rosolino Cicero, fondatore e presidente dell’Ancodis, l’associazione che tutela i diritti dei collaboratori dei presidi e che da anni si batte per il riconoscimento del middle management anche nelle scuole.

“Dobbiamo dire come stanno le cose – prosegue Cicero -: il Fondo d’Istituto è eroso dalla tassazione e rischia di annullarsi con il conguaglio fiscale di febbraio. In pratica, con il nostro lavoro garantiamo il diritto allo studio ai nostri alunni e il funzionamento organizzativo e didattico delle nostre scuole, ma lo Stato ci tratta da figliastri, perché alla fine abbiamo quasi lavorato per la gloria”.

A dire il vero, l’adozione di trattenute così importanti non è una novità: è la stessa che è stata adottata nei precedenti anni scolastici. Ma non è la stessa che viene applicata in tutti i comparti: ci sono dei settori, nel privato, ma anche la stessa Sanità, dove le ore aggiuntive e gli straordinari sono tassati con flat tax al 15%.

Si tratta, dunque, di lavoratori impegnati nella tutela di due diritti costituzionalmente garantiti, ma trattati fiscalmente in modo completamente diverso. E la differenza fa ancora più scalpore se si pensa che la media degli stipendi percepiti nel settore sanitario, ancora per continuare l’esempio, è di oltre 10mila euro in più l’anno rispetto a quella dei dipendenti della scuola.

Quella di detassare compensi aggiuntivi, assieme agli aumenti stipendiali, al fine di tutelare le retribuzioni dei dipendenti pubblici dalle ritenute fiscali, è una richiesta che nell’ultimo periodo sta prendendo il largo: qualche settimana fa, in un’intervista al “Quotidiano nazionale, la Daniela Fumarola, segretaria generale Cisl, ha detto che “la difesa del potere d’acquisto di lavoratori e pensionati è l’emergenza prioritaria. In concreto chiediamo: conferma e consolidamento della detassazione”.

Fumarola ha chiesto “di portare l’aliquota al 32% per i redditi fino a 60mila euro. Parliamo di un ceto troppo spesso dimenticato, fatto di lavoratori e pensionati che sostengono la quota più rilevante del gettito tributario e subiscono un prelievo sproporzionato. Alleggerire il fisco su questi redditi è una questione di equità sociale, ma anche una leva economica fondamentale, così come sarebbe la detassazione delle tredicesime la piena rivalutazione delle pensioni”.

Anche Marcello Pacifico, presidente nazionale Anief, ha chiesto “una minore tassazione” per rimpinguare i compensi della categoria” in netto ritardo rispetto ad altre.

“La detassazione, che porterebbe le aliquote a sottrarre non oltre il 15% del lordo, riguarderebbe anche gli incarichi aggiuntivi assegnati al personale scolastico, ricalcando anche in questo caso quanto avviene nel settore”, ha chiosato il sindacalista.

Le proposte sembrano avere trovato terreno fertile anche in Parlamento. E pure tra la maggioranza: il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha infatti dichiarato di essere d’accordo nel ridurre “l’Irpef al 33% fino a 60mila euro”, come pure “una flat tax incrementale strutturale al 5% per tutti, applicata all’incremento di reddito rispetto a quello dichiarato l’anno precedente, premiando anche partite Iva, artigiani e professionisti”.
Ma soprattutto, Tajani ha precisato che deve esser valorizzato un principio: “incentivare chi lavora, investe e produce di più. Lo stesso vale per gli straordinari e per la detassazione dei premi di produttività”.

Nel caso dovesse passare questa linea (l’occasione per farlo subito c’è ed è la Legge di Bilancio 2027), a beneficiarne sarebbero di sicuro insegnanti e personale Ata: gli aumenti da Ccnl dell’ultimo triennio è vero che hanno portato in media 412 euro lordi in più complessivi, come ricordato qualche giorno fa anche dalla premier Giorgia Meloni, ma l’inflazione da record accumulata nello stesso periodo, pari al 17 per cento, ha vanificato lo sforzo arrivando a ridurre ulteriormente la capacità di acquisto di chi lavora nella scuola.

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