La vicenda della presunta aggressione a due professori fuori da un istituto superiore di Parma, avvenuta il 22 maggio scorso, si arricchisce di nuovi dettagli. A parlare è la madre di uno degli studenti indagati, che offre una versione dei fatti ben diversa da quella emersa dai video circolati sui social.
Secondo il racconto del 17enne, tutto è iniziato durante la pausa pranzo nel cortile della scuola. Un professore ha rimproverato uno degli studenti per aver lanciato una lattina contro un’auto, ma il rimprovero sarebbe ben presto degenerato in insulti, anche di natura razzista. Quando gli altri ragazzi sono rientrati in classe, il figlio è rimasto solo con il docente, che avrebbe continuato ad aggredirlo verbalmente. Il ragazzo avrebbe risposto con calma, facendo notare al professore che non stava dando il buon esempio. La risposta sarebbe stata un calcio al ginocchio, seguita dalla provocazione di aspettarli fuori nel pomeriggio. È in questo contesto che va letta, secondo la difesa, la sequenza mostrata dai video. L’avvocata di uno dei ragazzi ha annunciato che verrà richiesto l’intervento degli ispettori del Ministero: “È necessario fare chiarezza su quanto accaduto”.
A ricostruire la vicenda punto per punto al Corriere è la madre, che non usa mezzi termini. “Siamo una famiglia ben integrata, non abbiamo mai avuto problemi con la giustizia. Mio figlio è un bravo ragazzo: va a scuola, fa sport, non delinque”. Dopo i fatti, racconta, il ragazzo è tornato a casa visibilmente scosso: “Non stava bene, ha anche vomitato. Lui soffre di disturbi alimentari, è seguito da una psicologa: è un ragazzo fragile”. La famiglia ha tentato di confrontarsi con la scuola prima di sporgere denuncia, ma invano: “Abbiamo mandato una mail al Dirigente, alle dieci non ci aveva ancora risposto. Il silenzio è proseguito fino a sera. Il sabato ci siamo presentati a scuola e ci hanno ricevuto per cinque minuti, senza darci spiegazioni”. Solo allora si sono recati al pronto soccorso – tre giorni di prognosi – e in Questura. “Da venerdì mio figlio non è più uscito di casa. La scuola dovrebbe essere la seconda casa dei nostri ragazzi: mi domando se possa essere questa la scuola che educa”.