Negli ultimi 35 anni la Scuola è profondamente cambiata in gran parte d’Europa, e non in meglio. È stata deprivata di finanziamenti, personale scolastico, investimenti nell’edilizia e nel rinnovamento degli edifici scolastici. Tanto che la Commissione Europea ha richiamato più volte gli Stati membri ad incrementare la spesa per la formazione. Tuttavia, un resoconto del New Economics Foundation per la Confederazione Europea dei Sindacati (ETUC) evidenzia che gli investimenti nelle infrastrutture sociali in Europa mostrano un deficit annuale di circa 15 miliardi di euro per il solo settore dell’istruzione.
Di ciò in Italia hanno tratto giovamento anzitutto le scuole private e “paritarie”: lo Stato italiano le finanzia indirettamente dal 2000, grazie alla Legge 62/2000 (“Legge Berlinguer” sulla parità scolastica). Fu quindi un governo di “centrosinistra” ad invertire la rotta rispetto al dettato costituzionale, che all’articolo 33, secondo comma, recita perentoriamente «Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato». La Legge 62/2000 istituiva fondi specifici, convenzioni e buoni scuola (cedole o voucher) erogati tramite enti locali o Regioni alle famiglie che iscrivessero i figli alle private. Limitati i trasferimenti diretti di gestione, comunque, il rispetto formale della Costituzione apparve garantito.
Il tutto però avveniva mentre si tagliavano progressivamente i fondi pubblici alle scuole pubbliche (statali). Pertanto, come sindacati di base e FLC/CGIL sottolinearono subito, il progressivo depauperamento del sistema pubblico favorisce da allora direttamente scuole private e “paritarie”.
Non solo tale aspetto rende la Scuola attuale quasi “capovolta” rispetto a quella di 40 anni fa: infatti per cultura umanistica e pensiero critico sembra non esserci più spazio. Com’è mai possibile, nel Paese di Dante e Petrarca, del Rinascimento, di Leonardo da Vinci, di Galileo, di Michelangelo e di Caravaggio, studiati tuttora dalle élite colte di tutto il pianeta? Forse perché le necessità aziendali non ne sono direttamente o immediatamente interessate?
Sta di fatto che la didattica è stata dichiaratamente piegata a necessità aziendali immediate. I prèsidi (divenuti “dirigenti scolastici”) son chiamati a gestire le istituzioni scolastiche come manager — appunto — aziendali, in competizione coi manager delle altre scuole. L’alternanza scuola-lavoro è nel solco della medesima logica competitiva fra scuole pubbliche, similmente alle private. Il D.Lgs. 29/1993, privatizzando il contratto di lavoro dei docenti e degli ATA, li ha resi travet ricattabili e ubbidienti, sottopagati e timorosi, e non stimati socialmente (dacché l’italiota medio stima solo chi abbia tanti bei soldoni in tasca, infischiandosene della loro origine). Il D.Lgs. 165/2001 ha perfezionato tale distopica situazione. Così i docenti di scuola, inseriti nel Pubblico impiego, hanno un contratto privatistico; i docenti universitari, che non sono “pubblici impiegati” ma “pubblici dipendenti”, mantengono lo status di diritto pubblico, disciplinato da leggi dello Stato e statuti di Ateneo, e sono perciò più pagati e meno ricattabili.
Risparmiando sull’istruzione, dunque, lo Stato l’ha trasformata de facto in uno “strumento di accumulazione di capitale”, dimenticandone la natura di istituzione volta a preparare il Paese al presente e al futuro. Sarà quindi un caso se, in questi ultimi 35 anni, l’intero Paese si è degradato sotto ogni aspetto (culturale, economico, produttivo, politico, sociale, etico)?
Il fenomeno è stato notato perfino dalla magistratura. Magistrati come Nicola Gratteri hanno preso atto che tutte le forze politiche al governo dal 1991 in poi hanno sistematicamente diminuito gli investimenti reali — chiacchiere e contentini a parte — nell’istruzione. Destra e sinistra hanno marciato nella stessa direzione, pur con modalità e slogan diversi. Il boicottaggio bipartisan della pubblica istruzione è stato denunciato da molti, come ha fatto Stefano D’Errico in due suoi libri: La Scuola distrutta. Trent’anni di svalutazione sistematica dell’educazione pubblica e del Paese (2019, Mimesis editore) e La scuola rapita. Il covid e la dad. Il disastro educativo italiano (2021, Rizzoli).
Taglio dei fondi e investimenti insufficienti nella Scuola pubblica sono problemi comuni a tutta Europa, e dimostrano la precisa scelta operata da tutte le élite politiche del continente. L’Italia registra però investimenti decisamente inferiori rispetto alla media dei Paesi dell’Unione Europea, giacché investe in istruzione solo il 3,9% del PIL, a fronte di una media UE del 4,7%.
I gestori dei grandi circuiti privati dell’istruzione sicuramente non ne soffrono, anzi se ne arricchiscono. In tal modo d’altronde preziose risorse son sottratte alla collettività dal continuo incremento di agevolazioni fiscali e sussidi per chi iscriva i figli a scuole private. Di fronte a scuole pubbliche piene di problemi, d’altro canto, chi ha buone possibilità economiche sceglie sempre più il privato, giovandosi pure dei finanziamenti statali. E sempre più le scuole statali soffrono (funzionando peggio) per carenza di personale, aule fatiscenti e programmi ridotti: risultato dei progressivi tagli di bilancio.
Possiamo dunque stupirci se l’Italia si colloca oggi tra le ultime posizioni in Europa per livello d’istruzione?
Son circa il 35% gli analfabeti funzionali italiani nella fascia d’età tra i 16 e i 65 anni: persone che leggono il giornale ma non lo capiscono, commentano sui social articoli di cui hanno letto solo il titolo senza nemmeno comprenderlo, ignorano il senso di frasi complesse, concetti astratti, ironia e satira, contratti, programmi politici. Sono persone che un demagogo può comprarsi con promesse credibili al massimo da bambini di dodici anni.
Se pensiamo a tutto ciò, forse capiamo meglio perché la Scuola è stata depauperata, e a vantaggio di chi.