In un Paese già afflitto da contraddizioni sempre più vistose tra le intenzioni dichiarate e quelle evidenti, sta diventando “normale” la presenza nelle Scuole della propaganda militare. Da almeno un decennio, infatti, si moltiplicano le adesioni di istituzioni scolastiche a “progetti” di avvicinamento tra Scuola e Forze Armate, ufficialmente finalizzati alla consapevolezza degli studenti sulla necessità nazionale di difesa da pericoli esterni, mediante la costruzione di una diffusa familiarità e simpatia per le Forze Armate stesse. Il piano funziona, ed è in linea con quanto sta accadendo più in generale nella società italiana, europea, mondiale. Non è raro ormai, difatti, vedere nelle piazze italiane eventi in cui esercito, marina o areonautica militare mostrano ai cittadini i propri mezzi e vi fanno salire i bimbi, propagandando le armi come difesa, tecnologia, perfezione, efficienza, bellezza, divertimento.
In non pochi casi la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” — già colpevole di trasmetter l’idea che alternativa alla Scuola non sia l’ignoranza, ma il lavoro — è svolta “in mimetica”: studenti di istituti tecnici (ma anche di licei) sono spediti in basi di aeronautica, esercito o marina per svolgervi stage formativi. Non sarebbe meglio facessero esperienza in centri di ricerca, biblioteche, aziende civili? Tutt’altro: si preferisce imparino l’uso della forza — quella sterminatrice, tipica delle armi moderne — come soluzione a tutto; forza basata sulla cieca obbedienza agli ordini e sulla gerarchia, i cui frutti più amari ben conosce chi abbia studiato (bene, e con spirito critico) la storia del ‘900.
Di contro, parallelamente, prende forza un movimento di docenti, genitori, studenti e associazioni che contestano tutto ciò. La loro preoccupazione riguarda anche il continuo aumento della spesa militare italiana, mentre la Scuola pubblica vede costantemente depauperati i finanziamenti da parte dello Stato. Uno Stato la cui Costituzione ripudia esplicitamente la guerra e considera la Scuola istituzione fondamentale della democrazia.
La prassi italiana contraddice la Costituzione nei fatti: le risorse per la “cultura della difesa” — ossia per aumentare la spesa militare (e i profitti dei miliardari costruttori di armamenti) — si trovano sempre; al contrario, «non ci sono soldi» per garantire agli studenti classi meno numerose, docenti stabili, supporto psicologico, edifici scolastici che non siamo inospitali né fatiscenti.
Nella sua Lettera ai giudici (1965), don Lorenzo Milani definiva superata l’obbedienza: «Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto». Questo perché «A Norimberga e a Gerusalemme son stati condannati uomini che avevano obbedito. L’umanità intera consente che essi non dovevano obbedire, perché c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né nell’una né nell’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca».
La persona, secondo Milani, ha diritto alla coscienza individuale e all’obiezione rispetto ad ogni logica di guerra. Di Milani, tuttavia, oggi si citano solo le parole contro i docenti rigidi di 60 anni fa: parole utili al donmilanismo opportunista di sinistra e di destra per smontare la Scuola pubblica.
Sull’altro fronte, secondo i sostenitori della militarizzazione, quest’ultima sarebbe la risposta giusta alla crisi educativa in corso. Nelle aule monta l’indisciplina? Il bullismo dilaga? L’autorità si sgretola? Quale soluzione migliore della disciplina militare? Essa restituirebbe ai giovani le coordinate utili per crescere, il rigore (operativo e morale), rimediando ai danni di decenni di pedagogia permissiva.
Quasi a dire che, tra due mali opposti, va scelto quello che trasformerebbe le scuole in caserme. Una tentazione, anche questa, che il Novecento ha visto all’opera nei numerosi totalitarismi di destra e di sinistra, e i cui risultati conosce — ancora una volta — chi ha studiato (e compreso) la Storia.
“Autodisciplina”, “resilienza”: queste le parole d’ordine, corrispondenti alle presunte virtù che consentirebbero ai ragazzi di affrontare le reali sfide del “mercato globale del lavoro”. Pensiero critico, cultura, pace, solidarietà passano in secondo piano. La società — secondo questa visione — è una giungla ove commisurarsi con la legge del più forte. «E più non dimandare».
È veramente questo che vogliamo per i giovani italiani? O vanno rifiutati i protocolli d’intesa tra scuole e forze armate, così come gli interventi diretti di “orientamento” nelle classi per la promozione della carriera militare? C’è ancora posto in Italia per modelli didattici ispirati alla cultura della nonviolenza, nell’epoca della sempre più possibile autodistruzione dell’umanità mediante crisi climatica e guerra termonucleare? È più civile rassegnarsi al peggio o cercare il meglio? È più degno della Scuola preparare i giovani allo sterminio del nemico o farli riflettere sulle vittime dei conflitti, esibendo ovunque bandiere della Pace? Quale dei due comportamenti prepara un futuro migliore e più umano?