Prima Ora - Notizie del 9 giugno 2026

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20.05.2026
Aggiornato il 01.06.2026 alle 16:14

Stipendi docenti e Ata, nel 2025 l’aumento è stato maggiore ma gli altri lavoratori pubblici prendono compensi sempre più alti: il motivo è semplice

Per il 2025 la crescita delle retribuzioni del comparto Istruzione è stata superiore alla crescita media di tutti i comparti facenti capo all’Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni: 2,8% Istruzione, 2,2% crescita media comparti Aran, superiore al comparto Sanità (0,8%) e alle Funzioni locali (0,6%), inferiore solo al comparto Funzioni centrali. Il dato, favorevole al comparto Istruzione, è contenuto nell’ultimo Rapporto semestrale Aran sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti pubblicato il 19 maggio.

Inoltre, un’altra buona notizia è che la crescita delle retribuzioni del comparto Istruzione è in prospettiva ancora più rilevante considerando che gli aumenti disposti con il contratto collettivo nazionale 2022/24 avranno effetti solo dal 2026: l’Aran ha spiegato che i dati non registrano ancora il pieno effetto di alcuni importanti rinnovi conclusi a dicembre 2025 e nei primi mesi del 2026, relativi al triennio 2022-2024 (Istruzione e Ricerca, Funzioni locali, Sanità).

Sul lungo periodo, tuttavia, in particolare nel decennio 2015-2025, sempre l’Aran ha ricordato che la crescita del comparto Istruzione è stata del 13,4%, l’incremento medio dei comparti pubblici del 14,3%, la crescita dei comparti privati del 16,2%.

Se invece si guarda al solo 2025, la crescita retributiva del comparto Istruzione – figlia del rinnovo contrattuale 2022/24 – è stata al di sopra della media generale di tutti i comparti.

Ecco perchè il gap aumenta

Tuttavia, come abbiamo già scritto in passato, se la base è diversa (nel caso dell’Istruzione sensibilmente più bassa) la percentuale maggiore di aumenti non garantisce un aumento maggiore. Il gap tra i ministeri, infatti, è purtroppo destinato a rimanere tale, se non a dilatarsi.

Facciamo un esempio: supponiamo che i sindacati del comparto Istruzione dovessero riuscissero a “strappare” all’Aran il 7% di aumento, questo corrisponderebbe in media (considerando la media dei compensi percepiti da circa 1,2 milioni di lavoratori dell’Istruzione pari a 30.767 euro annui) a circa 2.150 euro lordi annui (pari a 165 euro lordi al mese).

Se, invece, l’aumento per gli altri dipendenti pubblici si fermasse al 6% (quindi 1 punto percentuale in meno rispetto a docenti e personale Ata), l’incremento annuale arriverebbe comunque a 2.345 euro lordi (che porterebbero in ogni busta paga circa 180 euro medi lordi al mese).

E quella appena ipotizzata è un’ipotesi anche ottimistica, considerando che gli aumenti da Ccnl dei comparti pubblici, a meno che non siano sganciati dalla contrattazione, ma questo non è il caso dell’Istruzione, devono viaggiare sullo stesso piano.

Non è un caso se una decina d’anni fa il gap in negativo dei guadagni annuali dei lavoratori della scuola rispetto al resto del pubblico impiego, si collocava tra i 4mila e i 5mila euro: mentre oggi è praticamente quasi raddoppiato. E anche se il rinnovo del Ccnl 2022/24 Istruzione e Ricerca ha portato qualche risultato in più, questo non basterà di certo a cambiare la musica. Lo stesso vale per il 6% circa di aumento, che scatterà il prossimo mese di luglio per il rinnovo del Ccnl 2025/27.

Il problema è che quando si parla di stipendi, la scuola risulta di gran lunga la “maglia nera”: secondo dati emessi dall’Istituto nazionale di previdenza sociale relativi al 2024, i 3.106.473 lavoratori pubblici con contratto a tempo indeterminato nel 2024 complessivamente hanno fatto spendere per gli stipendi allo Stato oltre 132 miliardi di euro, che hanno portato nelle tasche di ogni dipendente pubblico una media di 39.087 euro lordi annui.

Trilussa aveva ragione…

Peccato che, come sosteneva il saggio Trilussa, quando si parla di media “risurta che te tocca un pollo all’anno: e, se nun entra nelle spese tue, t’entra ne la statistica lo stesso perch’è c’è un antro che ne magna due”.

Quindi, nella PA c’è chi a fine mese porta a casa di più e chi molto meno. Ora, anche se i dipendenti della scuola risultano tra i più osannati della PA, quando si parla di stipendi vestono la maglia dei più poveri: solo tra quelli a tempo indeterminato (meglio evitare i precari perché farebbero “sballare” il banco) parliamo di oltre un milione di lavoratori (1.008.877) e l’Inps ci dice che nel 2024 hanno guadagnato in media appena 30.767 euro lordi (quindi circa 9mila euro in meno l’anno della media della PA). In busta paga, parliamo di somme che a fatica superano i 1.700 euro netti al mese.

Quando guadagnano gli altri “ministeriali”

Il gap diventa ancora maggiore quando si fa un confronto con i compensi dei lavoratori degli altri ministeri: quelli della Sanità (717.310 dipendenti di ruolo) hanno percepito, ad esempio, 44.005 euro lordi. Quindi, oltre 1.000 euro lordi in più al mese.

Il paragone diventa ancora più ingrato quando si guarda al comparto Forze Armate, Corpi di polizia e Vigili del Fuoco, che conta 471.453 dipendenti a tempo indeterminato: il gap cresce infatti inesorabilmente, perché questo raggruppamento di lavoratori dello Stato ha guadagnato in media, sempre nel 2024, ben 48.616 euro. Che corrispondono a 18mila euro in più di docenti e personale Ata. In pratica, un militare o un poliziotto percepisce uno stipendio che, considerando anche straordinari e funzioni aggiuntive, sfiora 1.500 euro lordi in più al mese.

Nel 2024, anche i dipendenti delle amministrazioni locali (Regioni, Province, Comuni), con 32.571 euro lordi medi, hanno preso di più, in media, dei docenti e del personale Ata.

Se poi si fa un parallelo con i 120mila docenti universitari e ricercatori pubblici, si arriva a 55mila euro lordi: quasi il doppio della media del comparto scolastico.

E finché i totali annuali saranno contrassegnati da una sostanziale distanza, contratto dopo contratto, il gap non potrà che diventare maggiore.

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