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Aggiornato il 26.07.2025
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Valditara e l’educazione emotiva a scuola, ma siamo sicuri che affidare i nostri figli a degli “esperti” è la cosa migliore?

Leggo la risposta che il 24 luglio, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha dato nel corso del question time al Senato ad una interrogazione avente per oggetto l’introduzione dell’educazione emotiva nelle scuole. Leggo, rileggo e stento a crederci: il ministro afferma che è “pienamente consapevole che è fondamentale oggi più che mai promuovere tra le studentesse e gli studenti una cultura delle relazioni fondata sull’empatia, sul rispetto reciproco e sulla valorizzazione delle differenze” E insiste: “L’empatia è espressamente uno dei cardini del nuovo progetto educativo anche dal punto di vista sistematico”.  E aggiunge che “proprio il tema dell’empatia, della educazione alle relazioni […] è stato inserito in Agenda Sud e Agenda Nord”.  

   Va bene, signor Ministro; ma come la mettiamo con le sue ultime esternazioni pochissimo “empatiche” nei confronti di quegli studenti che hanno osato contestare l’orale dell’esame di Stato? Un po’ di “empatia” la meriterebbero anche loro, se non altro per il fatto che hanno cercato di esporre il proprio punto di vista. Nella “educazione alle relazioni” è previsto anche il fatto che, nel momento in cui qualcuno esprime un parere, l’interlocutore lo tenga in considerazione, fosse pure per contestarlo.

A questi ragazzi è stato fatto dire ciò che non hanno detto e non si è tenuto conto che le loro critiche all’istituzione scolastica, ancorché sommarie, mettevano il dito nella piaga: contestavano, infatti, proprio quella “scuola del merito” che fa troppa attenzione ai risultati, esalta la valutazione e mette gli studenti in concorrenza tra di loro. Se questa è l’estrema sintesi della loro esperienza scolastica forse gli adulti (ministro, docenti, genitori, cittadini in genere) non dovrebbero scagliare contro i ragazzi un convinto crucifige ma piuttosto interrogarsi su eventuali responsabilità individuali e collettive. Fosse pure per arrivare a concludere che abbiamo fatto crescere una generazione viziata da protagonismo e narcisismo (due componenti che credo ci siano nei giovani contestatori e anche, molto forti, negli adulti).

   Allora, in questo caso piuttosto scabroso, come si comporta il ministro, convinto sostenitore della necessità di una “educazione ai sentimenti”? Invoca la massima punizione, una sonora bocciatura per punire gli studenti che mancano di rispetto a quell’istituzione e a quegli insegnanti che si sono curati di loro. Guai a “boicottare”, tuona il ministro. “Se un ragazzo non si presenta all’orale, oppure volontariamente decide di non rispondere alle domande dei suoi docenti non perché non è preparato, cosa che può capitare, ma perché vuole “non collaborare” e quindi “boicottare” l’esame, dovrà ripetere l’anno”.

A questo punto anche chi scrive invoca il rispetto delle regole: non lo sa Valditara che, se non ci si presenta all’esame senza valida giustificazione si ripeterà l’anno, a normativa vigente? Invece il rifiuto di rispondere è cosa più complessa: chi stabilisce che è meglio non essere preparato piuttosto che sottrarsi all’interrogazione (ci verrebbe da dire “all’interrogatorio”) perché non la si ritiene strutturata in modo adeguato o perché non si ha fiducia che in quella sede non verranno giustamente valutate le proprie capacità?

   Insomma, in questo caso sembrerebbe che il ministro dell’Istruzione e del Merito predichi bene (empatia, rispetto reciproco e sulla valorizzazione delle differenze) e razzoli male (se osi dire ciò che pensi, sei un sabotatore ed io ti boccio).

    La mia maggiore preoccupazione non riguarda il caso delle “scene mute” all’orale dell’Esame di Stato, che hanno dato adito ad un vespaio non commisurato all’entità del caso (ma cosa sono una decina di studenti, peraltro pacifici e dialoganti contro gli altri 530.000?). Sono invece molto preoccupata per la piega che sta prendendo la presunta “educazione emotiva” come disciplina curriculare parallela.

Il mio riferimento teorico, in questo caso, è uno dei maggiori pensatori del ventesimo secolo: Ivan Illich. Immagino che, come maestro anomalo e originale, Illich non piaccia a chi attualmente governa la scuola. Ma, se potessi dare un consiglio al ministro, lo inviterei a leggere Esperti di troppo,un illuminante ed insuperato saggio di Ivan  Illich.

L’idea centrale è semplice: il nostro mondo tecnocratico e sempre meno conviviale e democratico, ha messo a punto una serie di professioni che Illichi definisce “disabilitanti”, che sono appannaggio di “professionisti”, che si sostituiscono a noi anche quando non ci sarebbe bisogno di nessun esperto. Scrive Illich: “Propongo di chiamare la seconda metà del Ventesimo secolo l’«Era delle Professioni Disabilitanti»: un’epoca nella quale le persone avevano dei «problemi», gli esperti possedevano delle «soluzioni» e gli scienziati misuravano realtà sfuggenti quali le «abilità» e i «bisogni». […] L’accettazione acritica da parte della gente dell’onniscienza e dell’onnipotenza dei professionisti può sfociare in dottrine politiche autoritarie (con possibili nuove forme di fascismo) o in un’ulteriore esplosione di follie neoprometeiche ma essenzialmente effimere”.

  Ora, che l’ambito fondamentale e delicatissimo che va sotto l’etichetta di “educazione ai sentimenti” o “educazione emotiva” debba essere appannaggio di “esperti” è cosa tutt’altro che auspicabile. Cosa fanno gli adulti che dovrebbero aiutare i più giovani a crescere? Come mai genitori, parenti adulti, insegnanti non sono in grado di praticare, sostenendosi reciprocamente, l’ambito dell’educazione? È davvero necessario l’“esperto”, i docenti devono frequentare improbabili corsi di formazione volti a metterli in grado di “educare ai sentimenti”? Ancora un rimando ad Ivan Illich: “Già alla scuola dell’infanzia il bambino è assoggettato a una complessa managerializzazione in capo a un’équipe composta da specialisti come l’allergologo, lo psicologo dell’età evolutiva, l’assistente sociale, lo psicomotricista e l’insegnante”. Era il 1977.

 Insomma, con l’apparenza di aver a cuore le sorti dei nostri figli si percorre, invece, un terreno che porta alla disumanizzazione dei rapporti tra generazioni, e quasi alla medicalizzazione di quello che, una volta, era il cammino verso l’età adulta.

  Ci pensi, il Ministro: certi aspetti del vivere umano affondano le loro radici in un terreno profondo e non si risolvono con interventi estemporanei e con investimenti di qualche decina di milioni di euro. Il compito cui oggi siamo chiamati, noi fortunati che viviamo nell’Occidente opulento, è arginare la disumanizzazione e la deriva tecnocratica. I risultati cui ha portato l’indifferenza oggettiva verso le giovani generazioni (ridotte, sin dalla culla, a piccoli consumatori) sono sotto gli occhi di tutti.

Proporre, a fronte della crisi educativa in atto lo psicologo di scuola (o meglio, uno ogni quattro scuole!) o l’ora di “educazione emotiva” non è la soluzione. I valori di cui Valditara parla nella risposta all’interrogazione parlamentare su questo tema del 24 luglio scorso (empatia, fiducia, gentilezza, rispetto dell’altro) rimandano a comportamenti che il ministro, quello stesso ministro che ha teorizzato l’umiliazione e la punizione come hard core del processo educativo, è pronto a mettere da parte.

Il mio appello è semplice: non lasciamo in mano a presunti esperti la crescita emotiva dei nostri figli. Qui è davvero il caso di parlare di “comunità educante” – ed è educante quella comunità in cui pensiero ed azione non confliggono clamorosamente tra di loro.

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