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Voti: sì o no? Nuoce più al fanciullo il “4” o l’ignoranza?

Voti: abolirli o mantenerli? Tra i tanti problemi della Scuola italiana, periodicamente ritorna la vexata quaestio che tormenta i sonni dei pedagogisti più in voga. Intanto i nostri ragazzi escono dalle patrie scuole sempre più ignoranti. A certificarlo, i dati “oggettivi”: test OCSE-PISA e rapporti INVALSI.

Rispetto a tale realtà, la querelle sui voti svolge la stessa funzione che — nei confronti di surriscaldamento globale, spese militari e ingiustizie sociali varie — svolgono calcio, Sanremo, moda e pettegolezzi vari: distrarre, sviare, parlar d’altro.

Diplomati che non sanno ascoltare, parlare, leggere, scrivere, far di conto

Intanto la realtà parla attraverso i dati: su 10 quindicenni che leggono un testo di lunghezza media, 9 non discernono opinioni e fatti. Competenze matematiche, logiche e alfabetiche sono in vertiginoso calo. Italiano e matematica per metà degli studenti sono oggetti misteriosi: s’aggira tra 40 e 50% la percentuale di quanti non raggiungono in queste materie livelli accettabili, né nelle scuole medie, né all’ultimo anno delle superiori.

Purtroppo, come sempre in Italia, va peggio al Sud, perpetuando divari secolari: ma la rovina culturale investe ormai anche il Nord, che prima registrava risultati eccellenti. I ministri dell’istruzione si vantano delle tante promozioni alla maturità. Però il Rapporto CENSIS ci riporta coi piedi per terra: i titoli di studio aumentano, ma diplomati e laureati non sempre hanno solide basi culturali, ossia fondamenta stabili e strutturate di conoscenze, tali da permetter loro capacità di giudizio critico e pensiero autonomo.

Senza voti non esisterebbe il valore legale del titolo di studio

Mezzo secolo fa ciò non accadeva, sebbene proprio allora si criticasse il voto (simbolo della scuola autoritaria) e la selettività. Il neoliberismo non aveva ancora preso piede, e le destre difendevano l’idea di una Scuola seria e selettiva, avversata dalla sinistra. Oggi parte della sinistra continua a criticare le scuole “attardate” sull’uso del voto, mentre le destre si sono raramente mostrate sensibili alle medesime critiche; anche se, tuttavia, i più drastici tagli finanziari sono stati inferti alla Scuola pubblica proprio dai governi di destra (che pur continuavano a predicare il “merito”).

Il sistema dei voti è coerente col valore legale del titolo di studio, che la Loggia P2 di Licio Gelli voleva abolire. Il valore legale del titolo di studio non legittima i datori di lavoro a sottopagare insegnanti, medici, giornalisti, architetti, professionisti in genere. Se il valore legale del titolo di studio non esistesse, invece, sarebbe lecito pagare da sguattero chiunque. I padroni del vapore sarebbero ancor più liberi di dissanguare, mentre ai capaci e ai meritevoli non resterebbe che il diritto di esser dissanguati. Lo sanno questo i tanti difensori della tenera psiche dei fanciulli in fiore, torturati dai votacci dei perfidi insegnanti?

Il valore legale del titolo di studio tutela chi è povero di ricchezza e di cultura

Tutti preferiremmo una società in cui ognuno ricevesse secondo i propri bisogni e desse secondo le proprie possibilità: solo in una società del genere, infatti, sarebbe possibile abolire voti, giudizi, promozioni e bocciature. Una società simile, però, è purtroppo esattamente l’opposto dell’attuale, perché la rivoluzione non l’abbiamo ancora fatta. La competizione esiste, come dimostra il terribile mondo del lavoro.

Perciò voti, giudizi, valutazioni sono necessari, proprio per aiutare chi non venga da famiglie culturalmente (ed economicamente) ricche: per aiutarlo a commisurarsi con la cultura alta e con la propria capacità di conseguirla. Proprio come hanno fatto tutti quanti hanno frequentato le scuole tra gli anni ‘60 e i primi anni ‘80, quando moltissime persone di classe sociale medio-bassa (come chi scrive) grazie alla Scuola “dei voti” si è acculturato, diplomato, laureato. Lo Stato democratico deve garantire questa possibilità; non la promozione assicurata a chi nulla sa e nulla capisce.

Perché 50 anni fa nessuno si suicidava per un “4”

Fino agli anni ‘80 un “4” non era una tragedia degna di suicidio: tutti ne abbiamo presi, e grazie ai “4” siamo cresciuti bene. I genitori non denunciavano i docenti, né li picchiavano o insultavano; piuttosto, sgridavano il figlio che non avesse studiato; il quale, se voleva, impegnandosi, studiava e si esercitava per imparare e recuperare. Dopodiché aveva compreso che tutto, nella vita, ha una soluzione dipendente da noi, non dai nostri piagnistei e dalle accuse al mondo cinico e baro: l’insegnamento più grande che la Scuola possa dare.

L’illusione di eliminare frustrazioni e sconfitte abolendo i voti scolastici

Oggi, al contrario, il narcisismo imperante fa sì che tutti, a cominciare dai genitori, si armino (in senso figurato, ma a volte anche in senso letterale) per difendersi da chi sta solo tentando di insegnar qualcosa ai loro figli. Il narcisismo spinge il soggetto a rifiutare la critica: il “4”, per un narcisista, è una critica insopportabile. Per questo in Italia hanno dato frutto le insinuazioni mediatiche martellanti che da 40 anni dipingono i docenti come nemici del popolo, fannulloni, buoni a nulla, vecchi, ignoranti, imboscati, passatisti. “Inutili” e classisti per il benpensante “di sinistra”. “Inutili” e comunisti per il benpensante “di destra”. Entrambi — i perbenisti di destra e quelli di sinistra — destinati a colare a picco con tutto il Paese, se questa sfiducia nella Scuola dovesse trionfare fino a smontarla del tutto.

I voti scolastici esistono nelle più importanti democrazie al mondo

La valutazione numerica esiste in tutti i Paesi democratici più sviluppati dal punto di vista sociale. I loro cittadini non la vedono come un ostacolo, ma come una risorsa trasparente e ragionevole, che può aiutare il miglioramento e la crescita. Checché ne dicano i pedagogismi alla moda.

In Italia le polemiche sull’argomento cesseranno solo quando prevarrà la consapevolezza della Scuola come colonna vertebrale della democrazia. Il problema vero della Scuola attuale è, difatti, la sua scarsa considerazione da parte della maggioranza dei cittadini e — di conseguenza — dei loro governanti. Altro che i voti.

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