Un docente pendolare a inizio carriera, che guadagna intorno ai 1.600 euro netti al mese, a marzo ha lasciato alla pompa di benzina tra il 25 e il 30% del proprio stipendio. E questo considerando una sede lavorativa a “soli” 75 chilometri da casa, ma ci sono insegnanti che ogni giorno devono percorrere molta più strada per fare lezione. È la stangata sul prezzo dei carburanti provocata dalla guerra nel Golfo, secondo una simulazione realizzata da La Tecnica della Scuola, sulla base dei dati pubblicati il 7 aprile dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, aggiornati al mese precedente.
A marzo – complice la chiusura dello Stretto di Hormuz, che collega il golfo di Oman e il golfo Persico, tra i principali snodi globali per il trasporto del greggio – la benzina ha raggiunto un prezzo medio di 1,765 euro al litro, con un aumento di quasi il 7% rispetto a febbraio. Nello stesso periodo il diesel si è attestato a 1,987 euro al litro, segnando un incremento di quasi il 17%. Fa peggio il gasolio per riscaldamento, che ha toccato 1,824 euro al litro (un’impennata del 30%) mentre altre voci come il metano e il GPL sono cresciute di alcuni decimali. I dati non tengono conto degli incrementi di aprile, prima della tregua tra Stati Uniti e Iran, che dovrebbe portare alla riapertura dello Stretto.

Tornando alle simulazioni sull’impatto del caro carburante sui docenti pendolari, come detto sono stati calcolati su una tratta di 150 chilometri al giorno, 75 all’andata e 75 al ritorno. A febbraio, a fronte di 24 giorni lavorativi, la spesa era di circa 306 euro per un’auto a diesel (calcolando una media di 20 km al litro) e di 397 euro per un’auto a benzina (15 km al litro). A marzo, a fronte di 26 giorni lavorativi, la spesa lievita a 388 euro per un’auto a diesel e a 459 euro per un’auto a benzina. Il 25 e il 30% dello stipendio di un pendolare a inizio carriera, appunto. A fronte di queste spese, c’è chi si chiede se non sia più conveniente prendere una casa in affitto nei pressi della sede lavorativa, piuttosto che caricarsi i costi della trasferta.

Il caro energia ha spinto il Governo a intervenire con un taglio delle accise di 25 centesimi al litro su diesel e benzina, con due diversi provvedimenti (della durata di venti giorni) varati rispettivamente il 18 marzo e il3 aprile. E che tuttavia rischiano di non bastare, come riconosciuto dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni nelle sue comunicazioni alle Camere del 9 aprile. Pur escludendo misure drastiche come il lockdown energetico, la premier non ha chiuso le porte a nuovi interventi. “Ritengo sia un dovere garantire energia sufficiente il più possibile”, ha detto.”Era nostra responsabilità intervenire sul prezzo del carburante. Se la situazione dovesse peggiorare, dovremmo agire a livello europeo”.
La questione del caro energia, del resto, non riguarda soltanto i pendolari della scuola. Gli aumenti colpiscono tutti i settori, e potrebbero costringere a interventi più radicali. Nei giorni scorsi ha fatto discutere la presa di posizione di Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, secondo cui “per frenare il costo della vita, il Governo e il Parlamento potrebbero valutare l’adozione della didattica a distanza, a seguito del collocamento dei lavoratori pubblici in smart working“. Un’ipotesi smentita a stretto giro dal ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, per il quale il ritorno alla DAD “non è contemplata nel piano del governo”. E anche Meloni, nel suo intervento alle Camere, non ha fatto nessun cenno a questa possibilità.