Spesso abbiamo parlato dei pericoli insiti nell’abitudine, da parte dei genitori degli studenti di creare e gestire gruppi WhatsApp, le cosiddette “chat delle mamme”. Come riporta Il Gazzettino, tra i genitori degli alunni di una scuola elementare del trevigiano la situazione è sfuggita di mano e ci saranno risvolti giudiziari.
Nella chat ci sono infatti stati insulti pesanti e prese in giro, anche nei confronti di alcuni insegnanti. Non è mancato chi ha condiviso dati personali e foto di altri genitori e degli stessi alunni. Tutto è emerso da alcuni screenshot delle conversazioni che sono stati diffusi.
Alcuni genitori hanno così deciso di rivolgersi ad un avvocato. Ecco le parole di quest’ultimo: “In quei messaggi c’è una completa anarchia, come se fosse un piccolo ecosistema dove è sempre tutto possibile. Succede qualcosa di paragonabile a quando una persona che sembra tranquilla si mette alla guida e diventa una specie di automobilista impazzito”.
“È sufficiente la diffusione dello screenshot di una conversazione – specifica l’avvocato – la corrispondenza all’interno della chat è una corrispondenza protetta da riservatezza: deve rimanere nell’ambito di quella chat. Invece a volte è stata portata all’esterno: anche verso presidi, professori tirati in causa, altre chat di classe e così via”.
“Sono convinto che gli istituti dovrebbero dare almeno dei consigli pratici ai rappresentanti che avviano delle chat di gruppo con i genitori degli alunni – aggiunge – gli scambi restano una questione privata. Ma nel momento in cui vengono individuati i rappresentanti dei genitori, sarebbe opportuno lavorare sullo sviluppo di una certa sensibilità nell’ambito del rispetto dei dati personali”.
Per comprendere quale sia lo stato di salute del rapporto scuola-famiglia La Tecnica della Scuola ha costruito un focus. Partendo dai dati sulle aggressioni ai docenti da parte dei familiari degli studenti, è stato chiesto agli insegnanti, con un nostro sondaggio le loro testimonianze. Ben sette insegnanti su dieci hanno detto di essere stati vittime di violenza.
Il pattern, inoltre, sembra chiaro: i genitori hanno ormai poca fiducia nei confronti dell’istituzione “scuola” e ciò si traduce in violenza anche e soprattutto “digitale“.
Non passa giorno senza che i mezzi d’informazione raccontino di aggressioni nei confronti dei docenti, spesso da parte dei genitori. Non tutti sanno, però, che la violenza può avvenire anche attraverso mezzi virtuali, più sottili ma non meno insidiosi. È quanto emerso da una rilevazione proposta da La Tecnica della Scuola. Il 74% degli insegnanti ha dichiarato di essere stato vittima di episodi di violenza.
Di questi, circa un quarto ha indicato il web quale luogo in cui si è consumata la violenza. Sono tanti i racconti e le testimonianze giunti nelle ultime settimane al nostro giornale, talvolta paradossali – come nel caso della mamma che avrebbe maledetto il consiglio di classe via mail a causa di un voto ritenuto troppo basso – ma spesso davvero preoccupanti. E che possono avere serie conseguenze dal punto di vista legale, giudiziario e sociologico, chiariscono gli esperti interpellati dal nostro giornale.
Ecco cosa ha detto ai nostri microfoni l’avvocato Dino Caudullo, esperto di diritto scolastico e storico collaboratore della nostra testata. “La naturalezza con cui ormai usiamo gli strumenti telematici porta spesso, purtroppo, a credere che in questi contesti si possa dire e scrivere impunemente ciò che si vuole”, spiega il legale.
“Naturalmente non è così. L’ambiente digitale, infatti, non rappresenta un’esimente nel caso in cui si pongano in essere condotte che integrano gli estremi di illecito penale. Si pensi ai reati di minacce, ingiuria o diffamazione, per citare i più ricorrenti”. Anche per questo è importante denunciare, per far sì che tali comportamenti possano essere puniti. Per farlo, esistono anche dei canali ad hoc. Ma andiamo con ordine.
Caudullo chiarisce anzitutto che le segnalazioni di violenze online sui docenti sono sempre più diffuse. “L’ambiente digitale ormai fa parte della nostra vita quotidiana, volenti o nolenti non possiamo più farne a meno”, spiega. “Quello che prima si svolgeva in occasione di incontri, riunioni o telefonate oggi si è trasferito sulle chat di messaggistica o sui social e, purtroppo, anche i comportamenti più disdicevoli si sono ‘digitalizzati’”. I docenti sono “vittime di attacchi anche in ambienti digitali”, che non di rado hanno avuto risvolti giudiziari, “a causa della gravità delle ‘violenze verbali’ rivolte nei confronti di docenti in post sui social o in chat di gruppi di genitori“. Qualche esempio concreto? “Personalmente mi è capitato di ricevere segnalazioni da parte di qualche docente ‘vittima’ di apprezzamenti poco piacevoli in chat di Whatsapp che, però, fortunatamente, si sono risolte in via bonaria“. Non sempre tuttavia è possibile ricomporre la situazione in questo modo. E in quel caso, chi sbaglia può rischiare grosso.
Caudullo entra nel dettaglio. “Prima di scrivere qualche commento ‘sopra le righe’ sotto un post di Facebook o Instagram, o prima di utilizzare espressioni addirittura ingiuriose in qualche chat, sarebbe il caso di pensarci bene, perché potrebbero esserci conseguenze penali anche di una certa importanza”. Perché ciò avvenga è fondamentale la“reazione” della parte offesa. “Il soggetto ‘vittima’ di queste attenzioni digitali potrebbe sporgere denuncia in sede penale, fermo restando che potrebbe anche agire in sede civile per il risarcimento dei danni, ad esempio all’immagine”. Per la giurisprudenza, ricorda il legale, “la diffusione di contenuti offensivi sulla reputazione altrui tramite un sito internet o un social network configura il reato di diffamazione aggravata“. Questi mezzi di comunicazione, infatti, “sono considerati a tutti gli effetti come ‘stampa’ o ‘mezzi di pubblicità’, in quanto capaci di raggiungere un numero indefinito di persone”. E proprio questa condizione innesca il reato.
E per quanto riguarda la diffamazione su WhatsApp? Anche in questo caso l’avvocato cita la Cassazione, che in una sua decisione ha precisato come “a differenza del post lesivo pubblicato sulla piattaforma social Facebook, la diffusione del messaggio offensivo tramite chat WhatsApp non determina la perdita di una essenziale connotazione di riservatezza. La ratio dell’aggravante in contestazione va individuata nella particolare diffusività del mezzo utilizzato, sicché l’offesa tende, in virtù delle particolari modalità realizzative, a raggiungere un numero cospicuo e indeterminato di persone […] Gli strumenti di comunicazione digitale non sono tutti uguali e non funzionano tutti nel medesimo modo. In particolare, una chat di Whatsapp è, per le sue caratteristiche ontologiche, uno strumento di comunicazione agevolante, ma ristretto poiché raggiunge esclusivamente i soggetti iscritti alla medesima chat”.
A questo punto è naturale chiedersi se chi si trova nelle chat e assiste a questi comportamenti nei confronti degli insegnanti sia tenuto a denunciarli, e se in caso di omissione rischi di essere considerato “complice” dei violenti. Per Caudullo la giurisprudenza in materia è solida. “Qualora si dovessero leggere messaggi offensivi o addirittura violenti nei confronti di qualcuno che si trova all’interno della chat ritengo che non vi sia alcun obbligo di dissociarsi manifestamente“. In altre parole, “non ritengo possa muoversi alcun rimprovero, se non di natura morale, nei confronti di chi non si dissocia pubblicamente”. E nel caso in cui si leggano nella chat di gruppo messaggi a contenuto violento o gravemente minaccioso? In quest’ultima ipotesi, puntualizza l’avvocato, “sebbene non esista un obbligo giuridico di procedere alla denuncia, la stessa è certamente opportuna per prevenire un più grave reato“. A ciascuno la scelta.