Si parla ancora, intensamente, di educazione sessuale a scuola, tra detrattori e favorevoli. Lo psicanalista Massimo Recalcati ha scritto un lungo articolo su La Repubblica in cui spiega le sue perplessità in merito all’introduzione di una materia che insegni affettività in classe.
Ecco alcuni stralci del suo intervento: “Se allora il nemico era l’interdizione sessuofobica, oggi il rischio è, almeno ai miei occhi, un nuovo tipo di oscurantismo. Mi riferisco alla riduzione della sessualità a fenomeno da spiegare, classificare, amministrare. Ma anche alla sua colonizzazione da parte di ideologie diversamente identitarie che pretendono di racchiudere il suo mistero all’interno di categorie fatalmente rigide”.
“È in questo scenario più generale che dobbiamo collocare l’attuale dibattito politico sull’educazione affettivo-sessuale nelle scuole. È una questione seria che non può essere liquidata né con un moralismo rovesciato — condannare la sessualità eterosessuale come rigidamente binaria e normativa di fronte ad altre forme di sessualità che sarebbero più libere ed espressive — né con l’ingenuità scientista di chi crede che basti un modulo formativo per educare al mistero irriducibile del desiderio sessuale e della vita affettiva”.
“Il punto cruciale è che tale educazione non può essere considerata una materia di scuola tra le altre, non può ridursi a un sapere tecnico perché tocca ciò che di più intimo, inafferrabile e bizzarro c’è nella soggettività umana. L’idea che il desiderio possa essere oggetto di un sapere specialistico rivela un equivoco profondo: la sessualità non si insegna come si insegna la grammatica o la matematica. E poi chi dovrebbe insegnarla? Un biologo? Uno psicologo? Un insegnante di scienze naturali? Un tecnico appositamente formato? La sessualità non è un sapere universale da trasmettere, ma un’esperienza del tutto singolare e incomparabile che deve essere piuttosto custodita”.
“L’educazione affettivo-sessuale dovrebbe essere un obiettivo trasversale dell’intera vita scolastica, un suo effetto educativo essenziale più che una materia a sé stante. Ogni insegnante, ogni adulto che abita la Scuola, è già — volente o nolente —, se si vuole proprio usare questa brutta espressione, un ‘educatore sessuale-affettivo’. Il modo in cui si parla, si ascolta, si guarda l’altro, il modo con il quale si riconosce pienamente la sua differenza, costituisce già una forma di educazione in atto”.
“Ogni vera educazione alla sessualità dovrebbe essere, prima di tutto, un’educazione al mistero. Che cosa significa amare? Che cosa significa desiderare? Perché possiamo fare delle scelte sessuali o amorose che anziché aprire la nostra vita alla pienezza della vita, la offendono e la feriscono? Perché dovremmo sempre sottrarci a rapporti che assomigliano a delle catene e perché a volte invece li ricerchiamo morbosamente? Perché non è così facile unire e non opporre il desiderio all’amore? Ma siamo sicuri che un programma ministeriale o un’educazione famigliare possano davvero pretendere di dare risposte a questi interrogativi così cruciali che accompagnano da sempre la vita umana? È la Scuola come comunità vivente che deve incaricarsi non tanto di rispondere a questi interrogativi ma di educare quanto meno alla libertà, al rispetto delle differenze e al mistero. Innanzitutto attraverso i poeti, la letteratura, il cinema, il teatro, insomma, attraverso la cultura che già si insegna. In secondo luogo nel favorire nella vita scolastica di tutti i giorni la lotta contro ogni forma di discriminazione, l’accoglienza della differenza, il riconoscimento del pieno diritto di ciascuno alla propria libertà sessuale. Un dubbio: tutto questo si ottiene facendo della sessualità e dell’affettività una materia di studio?”, ha concluso.
Insomma, per il saggista l’educazione sessuale non può essere considerata una materia come le altre, si tratta di qualcosa di troppo intimo. A queste parole ha tenuto a replicare la giornalista e scrittrice Concita De Gregorio, che la pensa in maniera molto diversa, rivolgendosi, sempre sullo stesso quotidiano, proprio a Recalcati come se fosse una studentessa sedicenne.
“Mi scusi, professore, ma dire che ‘la scuola deve affrontare questi temi nel suo complesso’ mi sembra vago, utopistico, ambiguo. Mi sembra una scappatoia per non farlo: cosa significa ‘nel suo complesso?’. Chi, esattamente? Il coro all’unisono di insegnanti di matematica e scienze, di filosofia e diritto, ciascuno nella sua ora?
Forse lei non conosce la mia, di scuola: a parte qualche magnifica eccezione, qualche docente illuminato e ce ne sono, in generale prevale l’ansia di completare i programmi, i compiti a crocette, l’incubo dei test Invalsi, il nozionismo. Non c’è tempo e non c’è modo, per il resto. Che poi sa, professore, ‘nel suo complesso’ vuol dire tutto e vuol dire niente, è come buttare la palla in tribuna”.
Noi l’educazione alla sessualità non la studiamo su Freud. La facciamo su YouPorn, piattaforma libera e gratuita, e le assicuro che confrontarsi con quel modello genera parecchia ansia, parecchia confusione. Nessun ministro, del resto, può oscurare YouPorn: dunque restiamo così. Senza un posto dove discuterne a scuola e con la rete a darci lezione.
Lei si chiede chi potrebbe insegnare i fondamenti dell’affettività e della sessualità e fa, mi sembra, dell’ironia. Un biologo? Uno psicologo? Un insegnante di scienze naturali? Potrebbe essere lei, per esempio. Lei e altri docenti magari non alla sua altezza (li pagano così poco, gli insegnanti. Se potessero svolgere la libera professione, se fossero qualificati per avere pazienti da ricevere a studio lo farebbero) ma — penso — magari formati da professionisti come lei. Serve l’educazione, prof. E se non si fa a scuola. Se non si insegna lì che ciascuno è diverso e però uguale. Che tutti meritano rispetto e che bisogna pretenderlo, il rispetto. Allora dove? Alla tv? Su YouPorn, su Onlyfans, nella rete? Non lo so, sono disorientata e mi sento spesso sola. Sarebbe bello trovare a scuola qualcuno con cui parlare, sa? Avere un posto. Sarebbe bello”.
Sull’educazione sessuale in questi giorni si è detto di tutto. Precisamente se ne discute dal 15 ottobre, quando è stato approvato alla Camera l’emendamento al Ddl sul consenso informato che estende il divieto di poter parlare di tematiche sessuali (per le figure esterne alla scuola) – oltre che ai bambini della scuola dell’infanzia e della scuola primaria – anche a quelli della scuola secondaria di primo grado.
Si è parlato quindi di divieto di educazione sessuale fino alle medie: il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha voluto però precisare: non è vero, ha detto, che non si può fare educazione sessuale a scuola; si potrà fare a livello di programmi, come previsto dalle Indicazioni Nazionali del Primo Ciclo e dalle nuove Linee Guida di Educazione Civica.
Ma quindi cosa cambierà nel concreto? Qual è lo stato delle cose? La Tecnica della Scuola ha voluto costruire un focus per fare chiarezza sull’argomento.
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