Il mondo dell’informazione è insidiato dalle fake news. Fenomeno così ampio da distorcere i risultati delle elezioni democratiche. Più vulnerabili alle menzogne e più disposte a crederle vere sono ovviamente le persone meno istruite. Istruzione e cultura son l’unico vaccino, pertanto, contro la disinformazione. Chi ha strumenti culturali non crederà che la terra sia piatta, che il clima cambi a causa delle cattive “scie chimiche”, e che gli asini volino.
Come nascono e si diffondono le fake news? Un primo meccanismo è quello del pregiudizio di conferma (confirmation bias): tendiamo a credere e condividere quanto avvalori nostre convinzioni preesistenti, rifiutando a priori le smentite. Se non so nulla di climatologia, né di fisica e chimica, e nel contempo credo che poteri occulti vogliano ucciderci tutti, non sarò in grado di comprendere che il surriscaldamento globale è causato dai gas serra immessi nell’atmosfera dall’uso di combustibili fossili. Crederò piuttosto al fantasioso complotto delle scie chimiche, irrimediabilmente privo di basi scientifiche ma più facile da comprendere per chi è a digiuno di scienza.
Propaganda e disinformazione politica fanno il resto. Molte false notizie son create da attori organizzati (o bot) per influenzare elezioni, orientare l’opinione pubblica o screditare avversari. Ne sa qualcosa un certo Donald Trump (che peraltro accusa di diffondere fake news chiunque non la pensi come lui).
Altro meccanismo è quello della distorsione della realtà: notizie false (apparentemente credibili) possono nascere dalla manipolazione di fatti reali, da satira fraintesa come informazione autentica, o da errori giornalistici amplificati.
Oltre che politici, gli obiettivi della notizia menzognera possono essere economici. I clickbait (“esche per clic”) sono una tecnica codificata di web marketing e comunicazione, che usa titoli, immagini o anteprime sensazionalistiche per spingere l’utente a cliccare su un collegamento. Infatti molti contenuti falsi o sensazionalistici nascono solo per generare traffico web, visualizzazioni e ricavi pubblicitari attraverso titoli scioccanti (clickbait, appunto).
Molte bufale online nascono ad opera di bot e troll. L’uso automatizzato di profili finti (bot) e di reti coordinate (troll) amplifica artificialmente la portata di una notizia nei primi minuti o poche ore dopo la pubblicazione, facendola apparire come un tema di tendenza (trending topic).
Algoritmi dei social media e “bolle informative” fanno il resto. Le piattaforme digitali premiano i contenuti che generino forte coinvolgimento (engagement). Gli algoritmi mostrano agli utenti notizie affini ai loro gusti, creando “camere di compensazione” in cui le idee non son mai messe in discussione. In tal modo chiunque può trovar conferma alle proprie convinzioni (e ossessioni). Il web è diventato rapidamente il nonluogo ove è “vero” tutto e il contrario di tutto.
Ciò che poi spalanca la strada alle notizie fasulle è la mancata verifica delle fonti. La scarsa abitudine al fact-checking e la velocità con cui consumiamo informazioni (per di più con soglie d’attenzione molto basse) favoriscono il passaggio acritico da un utente all’altro.
L’ingorgo di falsità che annebbia la consapevolezza generale, come si vede, è generato da un miscuglio demoniaco d’ignoranza, pigrizia mentale, superficialità, faciloneria, narcisismo, analfabetismo funzionale (e politico), propaganda, pubblicità, intelligenza artificiale, algoritmi, manipolazione interessata.
L’ha riconosciuto persino il ministro Valditara (pur molto distante dalle posizioni del sindacalismo di base): dal 1993 (D.Lgs.29/93), i docenti delle Scuole italiane (e solo italiane) hanno status giuridico e contratto di lavoro di tipo privatistico; ciò ha diminuito i loro stipendi, li ha precarizzati togliendo loro il ruolo, li ha sottomessi ai desiderata degli “utenti”, limitando de facto (ancorché non de iure) la libertà d’insegnamento.
Ma depotenziare la Scuola — sottomettendola a logiche privatistico-aziendali — non è stata una buona idea. Lo dimostrano i giganteschi passi indietro che la società (soprattutto italiana, ma non solo) ha fatto e sta facendo dal punto di vista della cultura, della capacità di ascoltare, parlare, leggere, scrivere, far di conto, dialogare. È un regresso generalizzato e velocissimo della civiltà, del rispetto reciproco, della semplice educazione: ossia di tutto quanto permette la civile convivenza. Se ne esce andando avanti per una via diversa, quasi dovessimo ricostruire dopo una guerra.
Se l’ignoranza distrugge la cultura, è anche vero che la cultura distrugge l’ignoranza. Se la pigrizia mentale distrugge il discernimento, è anche vero il contrario: impegno, energia e vivacità (d’azione e di pensiero) vincono la pigrizia mentale. Se vittima della superficialità è la verità — sostituita dal verosimile non verificato — l’antidoto da riscoprire è la profondità della conoscenza, che si raggiunge tramite serietà, accuratezza, meticolosità, scrupolosità, precisione, diligenza, impegno.
Tutte qualità poco consone alla scuola-azienda, il cui scopo è attrarre “utenti”/clienti pronti a spostare i figli in scuole ossimoricamente più “facili”. “Scuola facile” è un ossimoro, perché la realtà non è “facile”, ma complessa: e la Scuola è tale se insegna a leggere la complessità, insegnando a riconoscere di non sapere e di dover, per questo, imparare.
Se non vogliamo ingannare i nostri figli, abbandonandoli in balìa di imbonitori e pseudonotizie, dobbiamo pretendere l’inversione di marcia della Scuola rispetto al destino cui sembra avviata.