Il fatto che la scuola sia ormai un ospedale di cura – reso inefficace – delle malattie interiori e concretissime della nostra società, porta molti a dire che gli insegnanti dovrebbero fare questo, e quello, e quell’altro. Come a guardare solo le ruote del carrello e non tutto l’aeroplano.
Da maestro di primaria mi viene un dubbio: gli esperti – dai pedagogisti agli psicologi agli editorialisti – che dicono ciò che gli insegnanti dovrebbero fare, a scuola ci lavorano?
Parrebbe di no, perché altrimenti i loro consigli verrebbero posti in altri termini.
Non intendo certo difendere la mia categoria, che nella sua maggioranza si dimostra essere pari pari a quella della cittadinanza italiana: l’ambizione è il quieto vivere, e ciò comporta non lottare per la messa in pratica dei diritti e la conquista di nuovi.
Tuttavia, a me sembra che la bulimia suggeritrice sugli insegnanti che dovrebbero fare questo e quello, alla fine instilli nei cittadini un pensiero: se la scuola non funziona, è colpa dei docenti.
Ma quando prenotiamo un esame in ospedale e ci viene detto che la prima disponibilità è dopo sei mesi, ce la prendiamo con l’impiegato e con i medici, o con la classe dirigente che ha deciso di affossare la sanità pubblica?
Daniele Novara, che stimo, ha scritto: «Penso che gli insegnanti debbano aiutare i genitori a fare in modo che il loro figlio arrivi a scuola nella condizione giusta per poter imparare. […] La scuola da questo punto di vista può fare moltissimo, spiegando alle famiglie alcuni principi pedagogici di base: il tempo-sonno, l’importanza di una buona colazione, la riduzione dell’esposizione ai videoschermi».
Da Novara, e dagli altri esperti competenti come lui (al contrario di certi che nulla sanno di pedagogia e però scrivono editoriali), mi aspetterei di leggere sempre – sempre – ciò che essi stessi hanno già detto e scritto, e cioè che a scuola servono pedagogisti, psicologi ed educatori assunti come dipendenti. E avremmo bisogno anche di assistenti sociali.
Per una ricerca di tesi, grazie all’università Milano-Bicocca, ho visitato una scuola pubblica molto particolare in Argentina, nella quale – oltre a una gestione democratica dell’istituzione e a una didattica cooperativa – vi sono le figure professionali citate, che lavorano stabilmente per rispondere ai bisogni delle famiglie. «Quando le insegnanti notano qualcosa che non va in un bambino – mi hanno spiegato la pedagogista e l’assistente sociale – ci confrontiamo e valutiamo se invitare la famiglia a scuola per un colloquio». Ho domandato se da parte dei genitori non vi fosse ritrosia dovuta alla sensazione di essere giudicati: «No, perché il nostro lavoro di gruppo crea una forte fiducia da parte delle famiglie: sanno che non siamo qui per giudicarli, ma per aiutarli se ne hanno bisogno».
Certo, un insegnante ha il dovere di spiegare ai genitori l’importanza del tempo-sonno per i bambini, e tutto il resto che è fondamentale per una crescita sana: una conoscenza che una volta le famiglie avevano come derivato del buon senso, e che oggi sembra essersi disfatta per la frenesia degli impegni e dei consumi, per la ricerca di piaceri illusori, per le ansie, il narcisismo, la tecnologia e l’indotta sottomissione a tutto ciò, che appesta la società e la Terra come una pandemia onnipresente.
Ci siamo tanto spaventati per il Covid, ma non tremiamo per il nostro stile di vita che ci sta ammazzando. Se i bambini potessero, ci direbbero tutti: «Mi uccidete l’anima e il futuro».
Un insegnante ha un dovere etico e professionale, tuttavia le famiglie hanno bisogno – così come ogni cittadino – di un intero sistema che le sostenga, affinché abbiano convinzione che il consiglio ricevuto a scuola sia frutto di impegno, competenza e passione da parte di una comunità.
È anche una questione di giustizia: la cura delle malattie della nostra società comporta il diritto ad avere intere scuole che pensino e agiscano. La fortuna di incontrare ottimi insegnanti è ingiusta così come quella di sperare nella preparazione del medico per una visita in ospedale.
Non sono i soli pistoni a far funzionare il motore.
E allora andrebbe detto sempre – sempre – questo: lo Stato con le nostre tasse deve investire nella scuola pubblica e non in quella privata, deve mettere soldi soldi soldi. Bisogna formare e promuovere insegnanti preparati alle sfide pedagogiche e sociali, ristrutturare le scuole che non sono a norma, assumere personale stabile docente e non (invece di approfittare del calo demografico per tagliare docenti e Ata).
Raoul Vaneigem scriveva trent’anni fa quale sia «la condizione sine qua non di un apprendimento umano: aumentare il numero degli insegnanti e diminuire il numero di allievi per classe, in modo che ognuno possa essere trattato secondo la sua specificità» (La scuola è vostra, Marco Tropea Editore 1996, p.66).
Il cambiamento profondo è in atto, la visione generale – a partire dai governanti – è marcescente. Ad esempio la scuola diffusa è già qui: le nostre menti devono aprirsi ora, le mani agire adesso.
Dovremmo smetterla di dividerci o darci consigli l’un l’altro, ma unirci tutti per costruire una società nuova e manifestare (come gli Ata irlandesi) per pretendere che i diritti scritti nella Costituzione siano attuati.
Daniele Ferro
Daniele Ferro