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Prima Ora | notizie del 10 luglio

09.07.2026
Aggiornato alle 17:28

L’illusoria libertà di non essere condizionati. Ideologia e retorica dell’orientamento scolastico

Quella dell’orientamento scolastico è oramai simile a un’ideologia bell’e buona. E, come tutte le ideologie, possiede un proprio bagaglio di retorica e di contraddizioni. Partiamo dalle contraddizioni. L’orientamento viene presentato come pedagogicamente oggettivo e neutrale; in realtà questa oggettività è fortemente condizionata da elementi sociali e politici. L’orientamento promuove metodi qualitativi imperniati sulla storia personale del soggetto; però poi si verifica un “paradosso narrativo”, per il quale la stessa persona viene obbligata a standardizzare — uniformandole — le proprie competenze in formati rigidi, quali i Curricula Vitae o i portfolio digitali, che omologano, normalizzano, appiattiscono, con lo scopo di incasellare le competenze umane in pochi schemi riconoscibili e utilizzabili secondo i bisogni del sistema imprenditoriale. Dove finisce la straordinaria — e quasi infinita —varietà dei comportamenti e delle attitudini umane?

Illusione, dolce chimera

Il candidato s’illude di poter effettuare scelte libere. In effetti, come ampiamente dimostrato dai dati sociologici, il destino scolastico e professionale di ogni cittadino è tuttora pesantemente condizionato da classe sociale d’origine e provenienza familiare. Ciò avviene soprattutto nella Scuola d’oggi, che, avendo di fatto rinunciato ad impartire conoscenze di base uguali per tutti, ha cessato di rappresentare un ascensore sociale per le classi medio-basse: cosa che accadeva invece fino alla metà degli anni ‘80, quando i ministri della Pubblica Istruzione non si vantavano che le promozioni all’esame di maturità sfiorassero il 97% dei maturandi.

Libertà è capacità di pensiero critico

Eppure oggi moltissimi giovani sognano di esser liberi, proprio perché privi di conoscenze profonde, tali da renderli consapevoli della complessità del vivere nel mondo attuale. Il modello più gettonato è quello dell’auto-realizzazione autonoma, della felicità personale e della più assoluta autonomia, portato avanti da slogan di matrice progressista e psicologica. Modello illusorio, a dir la verità, perché il contesto d’origine condiziona lo sviluppo culturale dell’individuo, e soprattutto la capacità di pensiero critico.

Libertà o omologazione (verso il basso)?

Ecco perché, ad esempio, tantissimi giovani confondono la libertà di scelta personale con la cura ossessiva della propria immagine, plasmata non in autentica libertà, ma seguendo la moda delle sgargianti colorazioni della chioma, dei fantasiosi e dolorosissimi piercing, dei vistosissimi e policromi tatuaggi sulla pelle di tutto il corpo (viso compreso).

Il Paese che non sa più leggere (né libri né realtà)

In un quadro desolante di sempre più profonda ignoranza — ché di questa, pura e semplice, si tratta, dacché il 60% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno — l’individuo medio nell’Italia d’oggi confonde la libertà personale col mero esercizio della più spiazzante maleducazione; non comprende che vera libertà è saper ascoltare, parlare, far di conto, leggere e scrivere di tutto, comprendendo la complessità del reale per modificarlo.

Dal Paese dei Balocchi alla svendita nel mercato del lavoro

La maggior parte degli studenti oggi è automaticamente indirizzata al lavoro: non certo al lavoro qualificato, ma a quello esecutivo, povero, precario, mal retribuito. Sono illusi dalla facilità con cui conseguono il diploma. Illusi che tutta la vita sarà con loro “clemente” come la scuola che hanno conosciuto, questi giovani si accorgono molto presto di esser stati ingannati da voti gonfiati e promozioni facili. Vengono indirizzati da un “orientamento” parolaio e retorico, zeppo di discorsi persuasivi, “valori” e modelli socio-economici che giustificano e strutturano il modo in cui gli individui scelgono il proprio percorso formativo e lavorativo. In verità questo percorso è a direzione obbligata, secondo il contesto socio-economico di partenza. Le decisioni individuali, così, son profondamente influenzate da logiche di potere e precise visioni del mondo, ben mimetizzate dietro le prassi istituzionali dell’orientamento.

L’ideologia neoliberista del farsi “imprenditori di se stessi”

Fino agli anni ’80 era prevalso l’orientamento attitudinale, di modello industriale. Sulla base di test attitudinali rigidi si operava una selezione, perché le capacità umane erano considerate innate e fisse. Orientare significava porre, nella catena produttiva, al posto giusto il lavoratore giusto.

Dagli anni ‘90, invece, prevale un modello ancor più discriminante: quello neoliberista del ”capitale umano”. L’individuo è visto come un’azienda: deve “investire su se stesso”, massimizzando la propria employability (“occupabilità”). Così chi resta disoccupato è colpevole della propria disoccupazione, perché ha compiuto scelte “non richieste dal mercato”. Sul singolo viene scaricato, dall’ideologia dominante neoliberista, il rischio della disoccupazione.

Eppure, una società realmente democratica dovrebbe farsi carico di eliminare le cause strutturali che generano emarginazione, sperequazione sociale, destini differenziati sin dalla nascita. Fondamento di una società più giusta è, appunto, una Scuola realmente inclusiva: ossia capace di dare davvero a tutti non un diploma immeritato, ma piuttosto le basi culturali per liberarsi dagli ostacoli che impediscono la partecipazione alla democrazia.

Nella nostra scuola, invece, è ormai invalsa una vera e propria “naturalizzazione del mercato”: le esigenze del dio mercato — di per sé transitorie — sottomettono i desideri e le aspirazioni individuali. È libertà questa? Solo per i padroni del vapore, in pratica. Anziché strumento di emancipazione, l’orientamento sta diventando sempre più un’illusionistica macchina di riproduzione sociale.

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