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01.04.2026

La mamma di un bimbo Adhd: “Docenti non formati, non capisco perché non debbano fare corsi per affrontare le diagnosi”

Il caso della docente accoltellata da un ragazzino tredicenne a scuola in cerca di “vendetta”, in provincia di Bergamo, ha stimolato un’ampia riflessione tra i membri della comunità educante, tra cui docenti e genitori.

“Potevo essere la mamma dell’aggressore”

La mamma di un bambino Adhd di 12 anni, a Il Corriere della Sera, ha detto senza mezzi termini: “Potevo essere io la mamma di quel ragazzo che ha aggredito la professoressa accoltellandola”. Qualche mese fa, in effetti, ha scoperto nel cassetto della camera di suo figlio un coltello a serramanico acquistato online. 

Ecco come ha reagito: “Mi si è gelato il sangue. Sono corsa preoccupatissima dal neuropsichiatra che lo ha in cura. Ovviamente ho nascosto il coltello”.

“Il rapporto con la scuola è stato fin da subito molto problematico: una maestra delle scuole elementari tanto rigida che non faceva che dirci di farlo leggere di più e che lo puniva obbligandolo a stare seduti a ricreazione (tempo pieno e bambino iperattivo), le sue difficoltà erano evidenti: interrompeva spesso, non riusciva a organizzare il lavoro richiesto, leggere, scrivere in corsivo, il rispetto delle regole erano per lui gabbie strette in cui si sentiva compresso come un gas nervino”, ha aggiunto.

“Mio figlio non piace ai docenti”

La donna ha parlato del rapporto tra il ragazzino e la scuola: “Mio figlio non piace ai docenti, non si piega alle regole, disturba, si distrae, ha bisogno di muoversi, e all’interno di un gruppo classe viene percepito come un fastidio. Lo sguardo di disapprovazione che si è sempre posato su di lui è lo stesso che hanno i suoi compagni, influenzati dalla percezione adulta”.

“Nel mio mondo ideale le certificazioni non sarebbero necessarie. La scuola dell’obbligo dovrebbe rimuovere ogni ostacolo verso l’apprendimento per tutti gli studenti, e come sarebbe bello applicare a tutti le stesse condizioni: interrogazioni programmate, accesso a strumenti compensativi e dispensativi e comprensione. Invece il suo diario esplode di note che parlano del suo disturbo, e nessuno si rende conto che averlo è già di per sé una punizione. Questo mondo pensato per i neurotipici lo rende un disabile, un pesce che scala una montagna”, ha detto, dando qualche suggerimento.

“Il Ministero dell’Istruzione si è accorto di chi stava lasciando indietro, ma siamo ancora molto lontani dall’applicazione. I docenti non sono formati e non sono obbligati a farlo e spesso non lo è neanche il sostegno. Troppe volte ho dovuto sottolineare la differenza tra la parola giustificare e la parola spiegare: significano lo stesso concetto, ma nel secondo caso si elimina il giudizio. Bisogna essere pronti a mettersi in discussione, a modulare il proprio approccio e se questo venisse fatto verso tutti gli alunni, l’apprendimento non sarebbe solo sofferenza”.

“Non capisco perché gli insegnanti non debbano fare corsi specifici di formazione per affrontare le diagnosi sempre più frequenti dei loro studenti. Invece le famiglie vengono ritenute responsabili di non aver educato i propri figli, chiamate per venirli a riprendere come fossero un sacchetto di immondizia puzzolente. Mio figlio viene sgridato, la classe punita, eliminate le gite. Gli istituti di pena minorili esplodono di ragazzi così: non visti, non capiti, sbagliati. Alla fine scelgono la strada del crimine, perché lì si sentono di appartenere. Le cose devono cambiare, questi ragazzi non possono continuare ad essere etichettati come “cattivi”, sono piuttosto delle risorse, hanno un cervello che va veloce, trovano soluzioni innovative e sono attenti a tutti i particolari”, ha concluso.

Gerry Scotti sui docenti di sostegno

Una battuta del conduttore Gerry Scotti durante una puntata del popolare programma “La ruota della fortuna, in onda su Canale 5, ha sollevato un polverone.

Tutto nasce da un breve scambio durante la presentazione della concorrente. Alla domanda di Scotti su cosa insegnasse, la donna ha risposto: “Allora, io insegno italiano, storia e geografia, però quest’anno sono sul sostegno alle scuole”. La replica del conduttore non si è fatta attendere: “Eh beh, lo so che chi vuole fare il vostro lavoro deve accettare quello che passa il convento. Eh, noi non perdiamo l’occasione per dirlo. Aiutiamo questi ragazzi che vogliono fare gli insegnanti”.

Insomma, fare l’insegnante di sostegno è un ripiego? Insegnare su sostegno e accettare “tutto ciò che passa il convento” perché non si trova niente di meglio? Questo è ciò che si sono chiesti molti telespettatori.

Come si diventa docenti di sostegno?

La Tecnica della Scuola, qualche tempo fa, ha costruito un approfondimento proprio sull’inclusione scolastica e la figura dei docenti di sostegno. Intanto abbiamo ricostruito il percorso tortuoso che porta a diventare insegnanti di sostegno, la specializzazione Tfa: tre prove di accesso, un percorso di quasi un anno, un esame finale in tre parti.

Il sondaggio

Poi, abbiamo somministrato un sondaggio che ha coinvolto 1.070 persone, da cui è emerso un dato amaro: secondo sette docenti su dieci non si fa bene inclusione degli alunni con disabilità a scuola. I problemi, inoltre, sono moltissimi, prima tra tutti la mancata “vocazione” di molti docenti di sostegno, spesso senza specializzazione: a dirlo sei docenti su dieci.

Ma andiamo alle motivazioni: perché l’inclusione scolastica degli alunni con disabilità non funziona? A quanto pare, la “colpa” è degli insegnanti e a confermarlo sono stati loro stessi. L’opzione “docenti di sostegno senza specializzazione che magari fanno sostegno solo per ripiego” è stata infatti la più scelta da tutti: da insegnanti, genitori, anche dalle persone che operano al di fuori del mondo della scuola.

In particolare, a sceglierla è stato il 60,4% dei docenti e l’80,5% dei genitori. A seguire, svetta la presenza di troppi casi di alunni con disabilità certificata, opzione selezionata dal 39% dei docenti. Lo stesso numero di insegnanti ha posto tra i problemi irrisolti quello della “mancanza di fondi per pagare figure esterne, nei casi di disabilità più gravi”.

Le parole di Stefania Auci

Qualche tempo fa, ai microfoni de La Tecnica della Scuola, la scrittrice autrice de “I Leoni di Sicilia” e docente di sostegno Stefania Auci ha detto: “Purtroppo, è vero, ci sono delle persone che dicono: ‘Ah, va bene, sai che cosa faccio? Mi metto in graduatoria per il sostegno‘. Cioè, come se si trattasse veramente di una sorta di parcheggio“, dice Auci. La realtà, aggiunge, è del tutto diversa. “In classe, poi, ci si trova davanti lo psicotico, il soggetto affetto da autismo a basso funzionamento, il ragazzino con un pregresso di violenza in famiglia. E lì se non si è pronti sono problemi seri”.

La risposta della creator: “Vergogna. Dobbiamo cambiare il sistema”

L’estratto di video è diventato virale e ha scatenato la reazione di Flavia, disability travel blogger e caregiver, nota sui social come @theshapeofautism, dove ogni giorno racconta la disabilità da vicino. Il suo commento è diretto: “Caro Gerry Scotti, c’è solo una parola per poter commentare quello che lei ha appena detto. Vergogna”. La creator respinge l’immagine degli alunni con disabilità come “casi disperati” di cui i docenti si devono accontentare: “Non dobbiamo aiutare gli insegnanti, dobbiamo cambiare il sistema perché un insegnante che vuole insegnare e fa il sostegno solo per avere punteggio è un sistema marcio. È questo il punto”. Tra i commenti al video, riportiamo alcune voci: “Purtroppo sono i bambini che la maggior parte delle volte si devono accontentare di insegnanti non preparati. Quando capiremo che il sostegno è il luogo della professionalità più alta dei docenti forse i nostri bambini avranno un supporto migliore”. C’è, invece, chi difende Scotti sostenendo che la critica fosse rivolta al sistema e non agli alunni.

Le scuse

Poi, il conduttore si è scusato: “Chiedo scusa per le mie parole, sicuramente superficiali e riferite alla situazione dei giovani insegnati in Italia. Non intendevo mancare di rispetto alla funzione degli insegnanti di sostegno né ai ragazzi che ne hanno bisogno insieme alle loro famiglie. Vi ringrazio per l’attenzione”, questo il breve messaggio.

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