In questi giorni da più parti si chiede il posticipo dell’inizio delle lezioni scolastiche, addirittura al 1° ottobre, a causa delle alte temperature che stanno rendendo settembre un mese estivo a tutti gli effetti in molte zone italiane.
Il duo di mamme attiviste Mammadimerda, progetto di divulgazione dissacrante e ironico sulla maternità, insieme all’associazione WeWorld nel frattempo sta rilanciando la petizione “Ristudiamo il calendario”, lanciata anni fa, che ha superato le 78mila firme.
L’obiettivo? Smuovere l’opinione pubblica al fine di modificare il calendario scolastico e lasciare aperte le scuole d’estate garantendo a tutti gli studenti attività extrascolastiche. “I diritti di bambine, bambini e adolescenti non possono dipendere dal Comune in cui vivono o dalle possibilità economiche della loro famiglia. Un cambiamento lo dobbiamo a tutte e tutti, ma soprattutto a chi abita i margini: a chi durante l’estate perde opportunità, relazioni, sostegni e spazi sicuri. Per questo non chiediamo semplicemente di spostare qualche data sul calendario: chiediamo di investire in una scuola accessibile e inclusiva, capace di mettere davvero al centro studentesse e studenti, i loro bisogni e i loro diritti. Una scuola che sia un presidio educativo e sociale durante tutto l’anno”, dichiara Greta Nicolini, Coordinatrice Comunicazione di WeWorld.
“Ristudiare il calendario significa ristudiare la scuola. Una scuola con studentesse e studenti al centro, capace di garantire continuità educativa, relazioni, inclusione e opportunità durante tutto l’anno; edifici che possano essere utilizzati anche nei mesi più caldi; servizi accessibili; tempi più compatibili con la vita delle famiglie e con il lavoro; sostegni che non scompaiano per tre mesi proprio per chi ne ha più bisogno.
Perché la scuola non è soltanto il luogo in cui si fanno lezione e verifiche. È uno dei principali presidi educativi e sociali del Paese. E ripensarne tempi, spazi e risorse significa decidere quale posto vogliamo dare alle nuove generazioni”, scrivono.
“Manca ancora molto alla riapertura delle scuole e, anche se alcune amministrazioni stanno finalmente provando ad anticipare servizi e attività, gli esempi virtuosi non bastano. Chiediamo investimenti per adeguare gli edifici scolastici a estati sempre più calde: le scuole possono diventare anche rifugi climatici per bambine, bambini, studentesse, studenti e insegnanti. Chiediamo un calendario compatibile con la vita di oggi, non con una società in cui si dava per scontato che fossero le donne a restare a casa a occuparsi dei figli. E chiediamo alternative vere: non possiamo accettare che d’estate le opportunità dipendano dal reddito della famiglia, con chi può permettersi corsi, viaggi e centri estivi e chi resta per tre mesi davanti a uno schermo perché non ha altro. Dateci le alternative. Dateci una scuola pensata intorno alla vita reale di bambine, bambini e famiglie”, dichiara Francesca Fiore, autrice e co-fondatrice di Mammadimerda.
Una docente di scuola superiore che lavora in Campania ha aperto una petizione su Change.org per smuovere l’opinione pubblica e chiedere di posticipare il rientro a scuola o perlomeno climatizzare le aule.
Come riporta Ansa, la docente ha presentato un’istanza urgente ai vertici istituzionali nazionali e locali, trasmettendo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri una petizione popolare con le quali chiede il posticipo dell’apertura delle scuole.
“Il persistere di questo caldo mette a repentaglio il benessere psicofisico di tutta la comunità scolastica”, dichiara la professoressa, per la quale è necessario “un intervento tempestivo delle autorità affinché adottino i provvedimenti di propria competenza per posticipare l’avvio delle lezioni in presenza di evidenti rischi termoigrometrici”.
Della stessa opinione è una mamma palermitana, che ha lanciato un allarme simile: “I nostri figli vanno a scuola per imparare, non per soffrire”.
Il 1° settembre a parlare sono state alcune sigle sindacali. Uil Scuola, ad esempio, ha preso posizione: “Posticipare di qualche giorno l’inizio delle lezioni, recuperando successivamente le giornate, può rappresentare una soluzione tampone di fronte a temperature particolarmente elevate, ma non può essere la risposta a un problema che sta diventando strutturale”, ha detto Giuseppe D’Aprile, segretario Uil Scuola, parlando con l’ANSA.
“Gli studi che si occupano del cambiamento climatico dimostrano che i periodi di caldo intenso si stanno allungando e interessano sempre più mesi nei quali le scuole sono aperte, con conseguenze sul benessere, sulla salute e sulla capacità di apprendimento degli studenti, oltre che sulle condizioni di lavoro di tutto il personale scolastico. Una situazione resa ancora più difficile nelle classi numerose, dove la presenza di molti alunni in spazi spesso non adeguati e scarsamente ventilati può accentuare gli effetti delle alte temperature. Il vero problema è l’arretratezza di una parte consistente del nostro patrimonio edilizio scolastico, progettato e costruito in condizioni climatiche molto diverse da quelle attuali. Circa sei edifici scolastici su dieci risalgono a prima del 1975 e la stragrande maggioranza delle scuole italiane sono ancora prive di sistemi di condizionamento”, ha aggiunto.
“Per questo occorre intervenire in modo strutturale, investendo nella climatizzazione e nella ventilazione delle aule, ma anche in interventi di efficientamento e ammodernamento degli edifici, dall’isolamento termico alle schermature solari. Prevenire e non curare, rappresenta la soluzione giusta”, ha concluso il dirigente sindacale.
“Se non ci sono le condizioni per rispettare il decreto 81 su salute e sicurezza e le temperature sono troppo alte in classe, non inizino le lezioni, non è possibile fare scuola a queste condizioni: hanno avuto tre mesi per fare dei lavori e non hanno fatto nulla, in alcuni territori è invivibile stare 5-6 ore in classe in 20-30 persone. Ci sono delle ragioni che valgono per tutti, non solo per i cantieri in mezzo alla strada; il tema c’è, scelgano le soluzioni che vogliono ma scelgano”, così all’Ansa Gianna Fracassi, segretaria Flc Cgil.
Il calendario scolastico va modificato per venire incontro alle esigenze dei lavoratori, oltre che delle famiglie? Il 72,26% degli insegnanti dice no. Il dato emerge da un sondaggio online della Tecnica della Scuola, al quale hanno partecipato centinaia di addetti ai lavori che operano in ambito scolastico, tra cui anche dei genitori di studenti.
Dal sondaggio emerge chiaramente che determinate “abitudini scolastiche”, consolidate nel tempo, sembrano dure a morire: per oltre il 70% dei docenti, infatti, non bisognerebbe “spalmare” la pausa didattica nel corso dell’anno evitando di concentrarla solo in estate, così come aveva suggerito l’ex ministra del turismo Daniela Santanchè sostenendo anche di avere concordato la proposta con il titolare del Mim Giuseppe Valditara (il quale però ha precisato di non saperne niente, per poi rilanciare il Piano Estate 2026).
Secondo gli ultimi dati forniti da Eurydice, relativi all’anno scolastico 2025/2026, l’Italia è al primo posto dei Paesi europei per numero di giorni di vacanze estive (97 giorni) e all’ultimo per numero di giorni di pausa durante l’anno (15).

Già nel 2023 il rapporto Eurydice dal titolo “The organisation of school time in Europe” denunciava la stessa cosa: nella maggior parte dei sistemi educativi europei, gli studenti hanno a disposizione, durante il periodo estivo, tra le 8 e le 12 settimane di vacanza: si va dalle non più di 8 settimane nella Comunità francese del Belgio, in Danimarca, in alcuni Länder tedeschi, Francia, Paesi Bassi, alcuni cantoni svizzeri, Liechtenstein e Norvegia, fino a periodi di vacanza superiori alle 12 settimane in Irlanda, Grecia, Lettonia, Malta, Portogallo, Albania, Islanda e nella maggior parte delle regioni italiane.
Ma le scuole sono pronte ad un eventuale redistribuzione delle pause didattiche? Ciò significherebbe ridurre le vacanze estive e quindi portare in classe docenti e studenti anche in alcune porzioni dei mesi più caldi dell’anno.
Al momento però si tratta di qualcosa di difficilmente praticabile: gli Open Data del Ministero dell’Istruzione e del Merito – aggiornati all’a.s. 2022/23 – visionati dalla Tecnica della Scuola, danno conto della situazione delle aule di 61.308 edifici scolastici in tutto il Paese: di questi, appena 3.966 risultano dotati di condizionatori, il 6,45% del totale. Per altri 24.888 (40,6%) i dati non sono disponibili. Per 32.462 edifici (52,95%), infine, è messo nero su bianco che i condizionatori non ci sono. Complessivamente sono 57.350 gli edifici in cui non è garantita la refrigerazione, il 93,55% del totale.
Proprio il 1° settembre, però, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha detto di essere corso ai ripari: “Abbiamo deciso un contributo di 20 milioni di euro destinato alle istituzioni scolastiche per apparecchi e dispositivi per il raffrescamento, con l’obiettivo di migliorare le condizioni e il comfort per gli studenti e personale scolastico. L’avevamo promesso, l’abbiamo fatto”, ha annunciato.